La mia vita sotto la barba

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (fonte immagine) di Valentina Della Seta Difficile non averne sentito parlare, perché si tratta di una notizia ripresa dai giornali di tutto il mondo. Il 19 febbraio di quest’anno Oliver Sacks ha scritto in un editoriale sul New York Times di essere […]

Era uno sguardo d’amore

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Questo articolo è uscito sul Foglio. Ringraziamo l’autrice e la testata.

(fonte immagine, un fotogramma del film Breve incontro)

E di nuovo quel senso di vicinanza, come se ci si fosse ritrovati dopo tanto tempo, e un’impressione irresistibile, sconvolgente, di bellezza, la tentazione di abbandonarsi a quegli occhi, e nessun altro intorno, seppure in mezzo a tanta gente che arriva, saluta, vuole parlare e ridere. “E subito sentii in lei un essere vicino, già conosciuto, come se questa persona, questi occhi cortesi, intelligenti, li avessi già visti un tempo da piccolo, in un album che c’era sul comò di mia madre”. E’ il primo incontro tra un uomo e una donna, e Anton Čechov l’ha descritto in un racconto intitolato “Sull’amore”, è l’alba di un sentimento impossibile che deve restare segreto o venire soffocato, ma adesso è ancora presto, non si è compreso che quel turbamento, quel calore che si posa addosso come un’ombra leggera si chiama amore e nessuno, oltre a quell’uomo e quella donna, potrà mai chiamarlo così. Non ci sono ancora le lacrime, non c’è ancora la spossatezza e il tormento. Il mondo, poi, andrà avanti senza darsi pena di loro, il mare si comporterà sempre allo stesso modo, perfino loro due, messi l’uno accanto all’altra una sera, per scherzo, continueranno a vivere come hanno sempre vissuto, anche se tutto, dentro, è cambiato.

Se Hollywood non riesce più a farci sognare

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Pubblichiamo un articolo di Emiliano Morreale apparso su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata.

di Emiliano Morreale

Più stelle che in cielo, «More stars then there are in heaven », era il celebre motto della Metro Goldwyn Mayer negli anni ‘30. Si riferiva al parterre di divi che la Casa aveva sotto contratto, da Greta Garbo a Clark Gable. Ma potrebbe essere un motto di tutta Hollywood. Gli studios, i generi, le star: questi erano i pilastri di un sistema che procedeva correggendosi ed evolvendo insieme al proprio pubblico di massa. Hollywood era le sue star. E certo, fin da subito si è parlato delle illusioni, delle zone d’ombra del mito. I canti su miserie&splendori; del divismo ci sono sempre stati, nel cinema e nella pubblicistica. Ma era, appunto, l’altra faccia del mito. Il Divo o la Diva potevano fallire, autodistruggersi, invecchiare, ma rimanevano (e forse diventavano ancora di più) Divi. Oggi, in film come il recentissimo Maps to the stars di David Cronenberg o, prima ancora, The Canyons di Paul Schrader scritto da Bret Easton Ellis, c’è qualcosa d’altro. C’è l’ormai raggiunta consapevolezza che il cinema non è più la fabbrica dei sogni e delle star. Nessuno dei personaggi del film ottiene davvero il successo; l’incanto è spezzato, e divi e registi si aggirano per le loro ville californiane come spettri.

Intervista a David Cronenberg

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

“Lo sa che le Maps to the Stars esistono veramente? Sono delle mappe che ti danno per farti vedere dove sono le case delle star. Se vai a Hollywood e vuoi vedere dove abitava Rock Hudson o Robert De Niro, c’è una mappa che te lo fa vedere, letteralmente. Poi nel mio film diventa metafora del come si arriva alla celebrità, del come si diventa famosi”. Maps to the Stars è il ventunesimo film di David Cronenberg, e verrà presentato in prima mondiale a Cannes il 19 maggio (sarà nelle sale italiane dal 21 maggio).

Tutto quello che si sa della trama è riassunto da un trailer che sostanzialmente mostra un cast impeccabile: Julianne Moore, Mia Wasikowska, John Cusack, Sarah Gadon, Robert Pattinson, Olivia Williams, Evan Bird.

Too much happiness

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Alice Munro ha vinto il Nobel per la Letteratura. Pubblichiamo un commento di Paolo Cognetti uscito sul suo blog.

Sono giorni di festa per noi lettori di racconti. Chi l’avrebbe mai detto: il Nobel per la letteratura a una narratrice che, in vita sua, non ha scritto nemmeno un romanzo. Certo che per ottenerlo Alice Munro ha dovuto lavorare parecchio: circa centocinquanta racconti scritti in quarantacinque anni di carriera, al ritmo di tre o quattro all’anno, senza fermarsi mai. Nel più vecchio, “Walker Brothers Cowboy”, parlava di suo padre e di se stessa bambina, proprio come negli ultimi usciti l’anno scorso, nel libro che ha dichiarato essere il suo addio alla scrittura. Ma in fondo per tutta la vita ha scritto di fughe e ritorni. E ora mi piace ricordare che quando ha esordito lei, nel 1968, Raymond Carver faceva le pulizie di notte in un ospedale, il più delle volte ubriaco, e Grace Paley manifestava contro la guerra in Vietnam per le strade del Village, e adesso che entrambi sono morti da tempo questo premio è anche per loro due, che della Munro sono stati fratelli. E per le sue maestre del sud, Flannery O’Connor e Carson McCullers, e tutti quelli che hanno scelto di scrivere storie di poche parole.

Una strategia esistenziale violenta e primitiva

di Giuseppe Zucco Tra cinema e boxe, l’attrazione è fatale. La pellicola sembra impressionarsi sul serio solo se davanti alla macchina da presa piovono pugni assassini e i nasi si ammaccano, i sopraccigli si rompono, i pugili sputano sangue. Nella boxe c’è tutta una grammatica della violenza che il cinema non ha mai smesso di […]