Flannery O’Connor e noi

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Invito a leggere e diffondere l’ultimo numero de «Lo Straniero», dove tra le altre cose si può trovare un’intervista molto interessante a Matteo Garrone sul suo ultimo film, un’accorata testimonianza dalla Grecia che buca la fredda parete di dati e statistiche, una lettera da Kabul, un pezzo su certe svolte culturali nel cattolicesimo secondo Mario Perniola, una sezione su scienza e potere partendo da Huxley e Tolstoj, e molto altro.

A chi scrive era stato chiesto (partendo da «Sola a presidiare la fortezza», la raccolta di lettere di Flannery O’Connor) di scrivere un pezzo che parlasse dell’oggi scrutando, sul lato opposto, il profilo di una scrittrice che col tempo continua a crescere prodigiosamente.

Giunti a un certo punto del disastro, si torna a Flannery O’Connor. Si torna a Emily Dickinson, alle sorelle Brontë, a Faulkner, a Hawthorne, a Melville, a Conrad, persino a Hölderlin o ad Artaud. “Il libro è scritto da una che crede che ci fu una caduta, ci sia stata una Redenzione e ci sarà un giudizio”, scrive la O’Connor a proposito del suo primo romanzo in una lettera risalente al 5 marzo del 1954.