Razzismo soft

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Dato che in Italia neanche la Lega ammette di essere razzista diventa sempre un po’ spiacevole parlare di come vecchi pregiudizi e stereotipi facciano ancora parte della nostra cultura. Se nessuno è razzista è difficile anche parlare di quella forma soft di razzismo, senza ideali, più simile a una specie di maleducazione sociale che alla violenza che mentalmente colleghiamo al razzismo. Il calcio è una parte importante della mia vita per cui è normale che molte mie riflessioni passino attraverso il calcio, e ultimamente per due casi diversi mi è capitato di chiedermi se si trattasse di razzismo. Ma le persone intorno a me (cioè sui social) hanno mostrato più di una resistenza al riguardo, cosa che mi ha fatto pensare che magari erano casi interessanti.

Intervista a Diego Quemada-Diez

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Per preparare e poi girare questo suo lirico e documentatissimo film di esordio, il regista Diego Quemada-Diez ha lavorato dieci anni. I primi quattro intervistando gli immigrati che la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti la attraversano o l’hanno attraversata, taccuino e registratore in mano, cercando in sconosciuti piccole storie private da trasformare in cinema e memoria collettiva. Nato e cresciuto in Spagna, Quemada-Diez ha iniziato a fare cinema lavorando con Ken Loach in Terra e libertà. Ha vissuto in America diplomandosi all’American Film Institute, ha lavorato con Alejandro González Iñárritu, Oliver Stone e Spike Lee tra gli altri, con il bel cortometraggio I Want to Be a Pilot è andato al Sundance e ha vinto una cinquantina di premi, attualmente vive in Messico. Il suo La gabbia dorata, coproduzione messicano-spagnola, vincitore a Cannes dei premi “A Certain Talent” e “Gillo Pontecorvo” e Miglior Film al Giffoni Film Festival, presentato a Ferrara al Festival di Internazionale e che uscirà nelle sale italiane il 7 novembre, è una storia di immigrazione clandestina e di passaggio all’età adulta. Protagonisti sono tre adolescenti che decidono di attraversare il confine che separa il Messico dagli Stati Uniti, in cerca di una vita migliore.

Made in Europe

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Questo pezzo completa il discorso di un mio analogo uscito qualche giorno fa su Repubblica. Inizia allo stesso modo, ma poi approfondisce altri aspetti che per questioni di spazio non entravano nello spazio del quotidiano. (Immagine: Jasper Johns.)

A quale idea di cultura ci aspettiamo che l’Europa si aggrappi nella stagione in cui le sue fondamenta economiche (nonché l’idea stessa di una casa comune) sono scosse come mai era successo dal dopoguerra? Ed è lecito attendere segnali interrogando quel veritiero specchio deformante che è ancora la letteratura d’invenzione?

Come non di rado accade, preziosi indizi sono disseminati dove non ci aspetteremmo di trovarli, cioè fuori dal nostro continente. Pensieri selvaggi a Buenos Aires, l’ultimo libro di Alberto Arbasino, è uno scrigno che contiene tra le altre cose un dialogo con Jorge Luis Borges risalente al 1977. Dopo aver ricordato Robert Louis Stevenson, che giunto in California dichiarò “eccomi alla frontiera della cultura occidentale”, lo scrittore argentino, incalzato da Arbasino (“Ma lei si aspetta qualcosa dall’Europa?”), spiazza il lettore e forse meno l’interlocutore: “Mi aspetto tutto dall’Europa. Cosa ci si può aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. Noi facciamo di tutto per aiutarvi. Spero che tutto l’Occidente sia un po’ uno specchio eterno dell’Europa. Tocca a voi salvarvi, e salvarci anche”.