Trance. La lettura come arte d’intonazione, sincronismo e unisono secondo Alan Pauls

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“No, non si legge con lo stesso corpo con cui si vive.[..] Questo trionfo sul corpo è forse la prova più irrefutabile dell’intensità della trance in cui cade chi legge, nonché, per quanto sia una parola di cui diffida e che tende a escludere dal suo lessico personale, della sua autenticità: solo ripiegamento e oblio, l’indifferenza quasi zen in cui la lettura avvolge chi legge”.

L’omaggio di Alan Pauls alla lettura con Trance (Sur, trad. Gina Maneri), risiede anzitutto nella necessità di riconoscere il grande debito che la scrittura, che definisce una “compulsione strategica”, ha nei confronti di essa. Una forma di autobiografia resa con un parziale distanziamento nella scelta della terza persona per parlare di sé attraverso il lettore-protagonista.

Segreti di famiglia: “Il clan” di Pablo Trapero

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Il 25 agosto esce Il clan di Pablo Trapero: ne scrive Tiziana Lo Porto in un articolo apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

All’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia si è aggiudicato il Leone d’Argento per la miglior regia. Diretto dal regista argentino Pablo Trapero (e in sala dal 25 agosto con Rai Cinema per 01 Distribuzione), Il clan racconta la storia di una famiglia di sequestratori nell’Argentina dei primi anni ottanta.

Incontri e passaggi, nel mondo di Hugo Pratt

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(immagine: Hugo Pratt a Venezia Malamocco c) 1980 Cong SA, Svizzera)

Raccontava Hugo Pratt in un’intervista rilasciata all’Europeo all’inizio degli anni Settanta: «A Venezia studiavo, andavo a scuola, dimostravo di essere abbastanza dotato per il disegno, ma il mio scopo principale era di attraversare l’intera città da un tetto all’altro. Vivevo praticamente sui tetti, e, sui tetti, sotto le tegole, tenevo le mie cose, i miei giornali, i miei libri…»

Il pezzo dell’Europeo era intitolato Una sera con Pratt, l’Orson Welles dei fumetti. In poche parole, con uno scarto improvviso che porta dall’atto concreto dello studio a qualcosa che suggerisce l’immagine del volo, ecco comparire la magia, quella stessa forma di incanto che pervade le sue storie, le storie di uno dei più grandi artisti e narratori italiani del Novecento. Anche – e soprattutto – se egli stesso si definiva con orgoglio un fumettaro («Non ho alcuna vergogna a dichiararmi fumettaro quando tutti amano definirsi artisti»).

La letteratura del no

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di Marino Magliani

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Quando sono con Adrián torno a usare la lingua che parlavo negli anni Ottanta in Argentina. C’erano tante strade di terra che si perdevano nella Pampa, tanti bus che portavano a Buenos Aires e una bottiglia di birra costava qualche milione di pesos. Quanto a me, sono stato quasi sempre a Lincoln, che è come se un giapponese venisse a vivere un anno in Europa e la maggior parte del tempo se ne stesse a Locate Triulzi. «Sei stato a Mar del Plata?», mi ha chiesto un giorno Adrián Bravi. « No, Adrián, mai stato». «E a Bariloche, nel grande Sud, o al Nord, a Salta e nel Chaco?» E io: «Macché, Adrián, sono stato a Lincoln, un giorno a Buenos Aires e meno di un mese a Carlos Paz, sul lago. Tutto lì».

Il genio di Roberto Arlt

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Vi segnaliamo che in questi giorni è in corso in molte librerie l’iniziativa Arlt Attack!, promossa da Del Vecchio Editore e Edizioni Sur. (Fonte immagine)

Dormiva spesso vestito, così era pronto a scendere in strada quando lo catturavano improvvise visioni notturne. Scriveva come viveva e viveva come scriveva e soprattutto scriveva quel che viveva. Perché – disse – il dolore non s’inventa. Il dolore deve provarlo anche il lettore. Dunque, si deve scriverlo così com’è, senza letteratura. Senza parlare di letteratura. Si deve scriverlo con rabbia e istinto. Per colpire con la violenza di un gancio alla mandibola. Cercando la verità a tutti i costi. È per questo che nessuno è felice, quando legge. Perché ci si aspetta sempre di trovare la verità, ma la verità è relativa, è una verità così piccola, così piccola…

La Buenos Aires di Borges e Arlt

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Buenos Aires. “Scrittori che hanno una fama superiore ai propri meriti? Borges, certo, benché ancora non possegga una sua opera”. “Arlt? Un comunista, un mezzo delinquente straordinariamente incolto”. Si detestavano e non poteva essere altrimenti. I pochi mesi di distanza alla nascita li avevano scaricati in due mondi opposti. Jorge Luis Borges, agosto 1899, era erudizione, biblioteca, labirinto. Roberto Arlt, aprile 1900, era criminalità, strada, follia. Il borghese conservatore e il proletario ribelle, l’esteta e il combattente, il minotauro e il ruffiano, il conoscitore di letteratura raffinata e il lettore onnivoro di traduzioni indegne. Non potevano essere più diversi. Non potevano detestarsi di più. E come sempre succede fra giganti tanto lontani, non potevano che rispettarsi e segretamente amarsi.