Vi ricordate di Byron Moreno?

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Questo pezzo è uscito su Vice.

Una cosa di cui mi sono accorto stilando una lista provvisoria di partite (a proposito, se avete suggerimenti lasciateli nei commenti) è che allargando e stringendo lo zoom ogni Mondiale è un contenitore di storie e partite meritevoli. Non tutte, ma molte sì. Ad esempio, nella mia lista sul Mondiale del 2002 sono finite almeno un paio di partite del girone “della morte”: Argentina-Inghilterra-Svezia-Nigeria, con l’Inghilterra di Owen e Heskey allenata da Eriksson e la Svezia che elimina l’Argentina di Bielsa con un 1-1 soffertissimo (e un giovanissimo Ibrahimovic entrato a tener palla negli ultimi minuti). A sua volta poi la Svezia si è fatta eliminare nei tempi supplementari dal grande Senegal di Bruno Metsu (o, a scelta, di Fadiga, Diouf, Coly), altra partita meritevole di attenzione. Come quella in cui il Senegal aveva rischiato di non passare il girone facendosi rimontare da 3-0 a 3-3 dall’Uruguay (e non ho citato il Paraguay di Cesare Maldini e Roque Santa Cruz).

La leva calcistica italiana del ’64

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero della rivista Icon.

Quando a metà del secondo tempo gli venne chiesto di scaldarsi, Salvatore Schillaci si rivolse all’allenatore Azeglio Vicini: “Mister, ma sta dicendo a me?”.

Era la prima partita del Mondiale del 1990, l’Italia stava dominando l’Austria ma non riusciva a segnare. Schillaci aveva ventisei anni e quella era la sua seconda presenza in assoluto con la maglia della Nazionale. Anzi, fino all’anno prima giocava in Serie B: partecipare anche solo a venti minuti di un Mondiale (per giunta in casa: l’ultimo grande evento sportivo ospitato in Italia) doveva sembrargli una cosa tanto eccezionale quanto assurda. Lo aveva acquistato la Juventus, e quella già era una fortuna abbastanza grande per un ragazzo cresciuto in un quartiere popolare di Palermo, su “campi pietrosi e strade mezze asfaltate”. Oppure, sempre per dirlo con parole sue: “in mezzo ai delinquenti, in mezzo a gente che mi voleva bene”. Entrando in campo per sbloccare la partita con l’Austria era normale che avesse dei dubbi: “Pensai di tutto, addirittura di fare brutta figura”.

Per Franco Mancini

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In occasione del ritorno del Pescara in serie A, pubblichiamo un articolo uscito su «Alias» in cui Giuseppe Sansonna, autore de «Il ritorno di Zeman», ricorda Franco Mancini. A lui, scomparso di recente, Zeman ha dedicato la promozione.

“Chi credi di essere, Mago Merlino? ” la domanda era sempre la stessa. In beffarda cadenza lucana, rifilata da Franco Mancini all’allievo di turno. Appollaiato dietro la rete, come un suggeritore a teatro: “Quando arriva l’attaccante, tu tiri a indovinare, e ti accasci da un lato. Così ti bucherà sempre, tirando dall’altro”. Da fresco allenatore dei portieri, Franco distillava estratti della sua esperienza. In campo, lui, aveva sempre rinunciato a qualsiasi velleità da negromante. Era d’accordo con Camus, che aveva meditato sull’imprevedibilità della vita proprio facendo il portiere.

Il Mancio preferiva spianare il suo sguardo torvo, da bounty killer leoniano, sull’attaccante in corsa. Questione di attimi, di coraggio, di posizione. Rimaneva piantato sul terreno fino all’ultimo secondo. Le mani a tenaglia, i quadricipiti in ebollizione. Come davanti al Roberto Baggio juventino, quel pomeriggio di settembre, quasi vent’anni fa. L’imminente Pallone d’oro inventa uno stop a seguire da deliquio, sufficiente a polverizzare la difesa foggiana. Ritrovandosi al cospetto di un Mancini poco incline a franargli ai piedi, ad incensarne la grazia. Tempestivo nel rubargli il tempo e artigliare il pallone, lasciando il Divino a imprecare.