C’era una volta il rione Monti

angelo

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Nella foto: Angelo Pagotto. Fonte immagine)

“Come vaaa lllei? Come vaaa lllei?” Era un saliscendi di note che rimbombava per i vicoli. Una cantilena folle e geniale. Chi l’ha ascoltata sa cosa fosse Monti, il rione più antico di Roma, prima del nuovo millennio, prima della fine. “Come vaaa lllei?” L’uomo che ripeteva il ritornello allo sfinimento, intrecciandolo a qualche commento indimenticabile, veniva dal nord e si chiamava Angelo. Viveva in un’automobile parcheggiata in vicolo dei Serpenti e del suo passato non parlava. Si diceva che il motore in panne lo avesse abbandonato lì, durante la sua fuga da un amore perduto, spingendolo a passare il resto della vita nel cuore dell’antica Suburra. Difficile sapere la verità. Certo è che nessuno come lui – non romano, non omologabile, straniero per eccellenza – seppe rivelare l’anima di questo rione, mentre i vecchi abitanti venivano sfrattati e i nuovi ancora tentavano di adeguarsi, prima della definitiva gentrificazione. Gironzolava ciondolando per le strade e apostrofava con battute caustiche chi non trovava di suo gradimento. Era difficile resistergli. Quando morì, i monticiani inondarono la chiesa, il feretro fu accompagnato per i vicoli. In piazza Madonna de’ Monti, per giorni le candele furono accese sotto il muro che lo piangeva come un figlio.