Ricordando Severino Cesari

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Severino Cesari ci ha lasciato ieri notte. Lo ricordiamo riproponendovi questa intervista uscita originariamente su Repubblica per i vent’anni di Stile Libero, la collana fondata assieme a Paolo Repetti.

di Gregorio Botta

Sono la strana coppia dell’editoria italiana, gli ex ragazzi terribili che violarono il sacro tempio dell’Einaudi con giovani scrittori, disc jockey, epistolari amorosi rubati alla rete, videocassette, comici, persino con “Striscia la Notizia”.Sono passati vent’anni, mille titoli pubblicati, 17 milioni di copie vendute.

L’Album inedito di Roland Barthes

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All’interno delle principesche manifestazioni che lo scorso anno hanno celebrato il centenario della nascita di Roland Barthes, inclusa una superba mostra di manoscritti e lettere al museo Pompidou, l’editore Seuil ha pubblicato Album, a cura di Eric Marty: si tratta di un libro che riunisce inediti, immagini, documenti, archivi e lettere che, al di là della loro ovvia eterogeneità, costituiscono un’importante via di lettura dell’opera del semiologo francese.

Come sempre, non in ogni momento in primo piano, ma comunque sempre con arguzia tra le linee dei molti documenti qui raccolti, l’attenzione di Barthes si sofferma sulla lingua e sul linguaggio, forse il luogo dove il suo pensiero si è fatto più originale, certamente una risorsa ancora attuale: perché Roland Barthes, già da giovanissimo, aveva intuito il potere e la pericolosità del linguaggio e così, attraverso la ricerca linguistica che segnerà tutta la sua vita, tenterà di farne uno strumento di ripudio e sconfessione di quel potere che al suo interno tutto comprende.

La letteratura senza inconscio

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Ripeschiamo dal nostro archivio un approfondimento di Gianluca Didino: buona lettura.

Simboli e racconti

Nel suo significato originario, il termine greco σύμβολον, da cui deriva l’italiano “simbolo”, indicava, cito l’Enciclopedia Treccani, un «mezzo di riconoscimento, di controllo e simili, costituito da ognuna delle due parti ottenute spezzando irregolarmente in due un oggetto (per es. un pezzo di legno) che i discendenti di famiglie diverse conservavano come segno di reciproca amicizia». L’etimologia del termine contiene dunque il senso di un’unità spezzata che tende al ricongiungimento, un collegamento implicito tra due oggetti ora separati ma che un tempo avevano fatto parte di una stessa totalità. Da qui il significato del termine è passato a indicare un oggetto “che sta al posto” di qualcos’altro, traslando l’idea della connessione dal piano della realtà (le due parti del bastone) a quella delle idee (il senso di amicizia tra le due famiglie). Questo è il presupposto che ha permesso di attribuire al concetto di simbolo una concezione estetica, differenziandolo progressivamente dal semplice “segno”.

Certe storie lasciano il sogno. Su “Il principio della carezza” di Perroni

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Sergio Claudio Perroni presenta Il principio della carezza giovedì 12 maggio al Salone del Libro di Torino, interviene Chiara Valerio (Caffè letterario, ore 19). La recensione che segue è uscita sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

È aerea, celeste, impalpabile la nuova storia di Sergio Claudio Perroni, eppure l’amore che volteggia e prende corpo nelle pagine di Il principio della carezza si può toccare con mano perché «certe storie lasciano il sogno» (La nave di Teseo ed., pagg. 101, euro 15,00). Perroni, traduttore principe dall’inglese e dal francese nonché editor corteggiato e severo, è innanzitutto un gran maestro della lingua italiana, frequentata ormai poco più del sanscrito classico, oppure abusata, «ma non senza qualche raccapriccio» per dirla con Manzoni. E Raccapriccio si intitolano un sito e un libro in cui il Nostro setaccia «orrori, papere e strafalcioni della stampa italiana».

Video didn’t kill the radio star #2

island

La prima puntata della rubrica è qui.

Island, di The xx, 2010 – il video è diretto da Saam Farahmand

Un uomo e una donna si amano, ma poco per volta raffreddano i sentimenti fino a perdersi. Il video è composto dalla ripetizione ossessiva dello stesso movimento di camera, una carrellata indietro a scoprire – a ogni nuovo attacco, la storia d’amore si sgretola un po’, e alla fine, come da copione, rimangono le fiamme e la cenere intorno a una persona con le ginocchia per terra.

Una strada per il romanzo: Jeff VanderMeer e Tom McCarthy

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Negli anni 70 il disegnatore e grafico Gunter Rambow produsse per la casa editrice S. Fischer Verlag undici poster che comunicavano il concetto di meta-letterarietà. Le immagini rappresentavano mani che fuoriuscivano dalla copertina per reggere il libro, libri come porte o come finestre, libri che contenevano tutte le facce di una immensa folla. Il lavoro di Rambow esprimeva un’idea piuttosto diffusa all’epoca, veicolata da diverse discipline (post-strutturalismo, semiotica, studi culturali, reader-response criticism), secondo la quale il testo non poteva essere confinato nella dimensione del libro. Roland Barthes parlava della «impossibilità di vivere al di fuori del testo infinito – sia questo testo Proust, o il giornale quotidiano, o lo schermo televisivo: il libro fa il senso, il senso fa la vita» (Il piacere del testo, prima ed. it. Einaudi 1975). Tutto questo costituiva una parte importante di quello che già allora qualcuno definiva postmoderno.

Cosa vuol dire perdere una madre

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Questa riflessione di Marco Peano è uscita su Internazionale. Vi segnaliamo che domani, domenica 17 maggio, alle 17 Marco Peano presenta L’invenzione della madre (minimum fax) al Caffè letterario del Salone del libro di Torino insieme a Domenico Starnone.

Nell’Anno del pensiero magico Joan Didion ricorre a due metafore precise per descrivere l’espressione di chi ha subìto da poco un lutto. Per la scrittrice americana il dolore imprime sul viso lo stigma inconfondibile di qualcuno che “esce con le pupille dilatate nell’abbacinante luce del giorno” dall’ambulatorio dell’oculista. Didion rafforza l’immagine facendola seguire da un’altra appartenente allo stesso campo semantico: chi è a lutto è simile a qualcuno “che porta gli occhiali e che improvvisamente è costretto a toglierseli”.

Due metafore che hanno a che fare con gli occhi; due metafore quasi opposte: un violento eccesso di luminosità e un repentino calo della vista.

È proprio tramite lo sguardo vigile e dolente di Margherita (Margherita Buy), grazie al primissimo piano dei suoi occhi, che nei minuti iniziali di Mia madre fa la sua comparsa sullo schermo Ada (Giulia Lazzarini). Il dodicesimo lungometraggio di Nanni Moretti (che firma sia il soggetto, insieme a Gaia Manzini, Valia Santella e Chiara Valerio; sia la sceneggiatura, scritta con Santella e Francesco Piccolo) introduce così la madre del titolo mostrandola lì dove lo spettatore la vedrà stazionare per la maggior parte del film: in una stanza d’ospedale.

Elena Stancanelli intervista Nanni Moretti

Shots from "Mia Madre"

Questa intervista è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Nella foto, una scena del film Mia madre di Nanni Moretti)

L’ultimo film di Nanni Moretti si intitola Mia madre. Semplicemente. È un film potente, commovente, importante. Racconta il nostro spaesamento di fronte alla morte. La protagonista, Margherita, è una regista che sta girando un film ambientato in una fabbrica. Mentre insieme al fratello Giovanni, ingegnere, assiste la madre – sempre più debole, sempre più confusa – in ospedale.

Incontro Nanni Moretti nel suo studio, alla Sacher Film.  

«Semplicemente… La semplicità… Non so. Cos’è la semplicità? Mia madre mi sembrava il titolo giusto, ecco».

Editoria, mercato e dibattito culturale: intervista a Paolo Repetti

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Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L’intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. 

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c’è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c’era un attacco di discussione culturale.

Delirio linguistico dell’uomo che odiava sua madre

Modigliani

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Modigliani)

Tra lutto e scrittura esiste un legame naturale. Un tentativo di compensazione, in forma di parole, di ciò che abbiamo perduto. Ma non solo. Questo legame può assumere un aspetto ancora più sorprendente. La scrittura desidera il lutto tanto quanto il lutto trova nella scrittura la sua manifestazione più vitale (desiderante, potremmo dire). Nel senso che la scrittura dà la parola a un sentimento che diversamente rimarrebbe laconico; al contempo il lutto, proprio per la sua costitutiva indicibilità è l’agone con cui ogni scrittura desidera cimentarsi.

Da Breve come un sospiro di Anne Philipe a Giorni contati di Lucio Klobas, da Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest fino a Dove lei non è di Roland Barthes e al Diario di un dolore di C.S. Lewis, la letteratura ha raccontato l’esperienza della perdita spesso riducendo al minimo l’impalcatura della finzione a vantaggio di una cronaca minuta della fine. Il denominatore comune di queste scritture – ciò che le accomuna al di là delle differenze stilistiche – è nella maggior parte dei casi lo struggimento sentimentale.