Il gotico siciliano di Orazio Labbate: una recensione di “Suttaterra”

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Arriva il secondo romanzo di Orazio Labbate e mi sorprende con la stessa intensità con cui mi colpì il suo primo libro Lo Scuru; allora mi stupì la potenza della lingua, una sorta di reinvenzione del dialetto siciliano che mischiato all’italiano, mai banale di uno scrittore esordiente, andava a creare una sorta di terzo linguaggio che affascinava e trascinava nel mistero profondo di quella storia, dove la religione, la magia, le paure di un ragazzo avvolgevano in un modo impetuoso.

“Suttaterra”: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal secondo romanzo di Orazio Labbate, Suttaterra, uscito per Tunué.

di Orazio Labbate

“Sei un vedovo”, sussurrava alla camera, tastando con le dita smagrite la tasca dei jeans. Il cielo di là dalla finestra si inscuriva, sopra i palazzi, come la fantasia di un demone addormentato. Fissò la scrivania. Tentò di sfondarla con le mani, solo per scuoiarsi ancora una volta la pelle. Lui la chiamava malinconia: era un mestiere, da quando la moglie Maria era scomparsa un anno prima. Tre corvi sbattevano contro la finestra, uno si era spaccato il becco riuscendo però a forare il vetro. L’uomo allora si avvicinò, raccolse quella polvere adamantina e tracciò un cerchio attorno al buco a mo’ di un mago. Poi alzò l’imposta, e si arrampicò fino a sedersi, rivolto verso l’esterno, sulla sporgenza di pietra del davanzale. Pioveva nella notte e l’acqua caduta dal firmamento tintinnava come i campanelli di una messa.

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