Delirio linguistico dell’uomo che odiava sua madre

Modigliani

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Modigliani)

Tra lutto e scrittura esiste un legame naturale. Un tentativo di compensazione, in forma di parole, di ciò che abbiamo perduto. Ma non solo. Questo legame può assumere un aspetto ancora più sorprendente. La scrittura desidera il lutto tanto quanto il lutto trova nella scrittura la sua manifestazione più vitale (desiderante, potremmo dire). Nel senso che la scrittura dà la parola a un sentimento che diversamente rimarrebbe laconico; al contempo il lutto, proprio per la sua costitutiva indicibilità è l’agone con cui ogni scrittura desidera cimentarsi.

Da Breve come un sospiro di Anne Philipe a Giorni contati di Lucio Klobas, da Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest fino a Dove lei non è di Roland Barthes e al Diario di un dolore di C.S. Lewis, la letteratura ha raccontato l’esperienza della perdita spesso riducendo al minimo l’impalcatura della finzione a vantaggio di una cronaca minuta della fine. Il denominatore comune di queste scritture – ciò che le accomuna al di là delle differenze stilistiche – è nella maggior parte dei casi lo struggimento sentimentale.