La letteratura e gli acchiappafantasmi

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Pubblichiamo il testo dell’intervento che Giordano Meacci ha tenuto al II Forum degli scrittori italiani e cinesi. (Immagine: Liu Bolin) Quando mi hanno invitato a partecipare a quest’incontro, una volta accolta la vastità del tema – Lo spazio e il tempo della letteratura nella società contemporanea – e messo a parte istintivamente della scarsità, comunque, del […]

78 rifiuti: Marlon James e il romanzo giamaicano

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di Pierfrancesco Matarazzo

78 rifiuti possono bastare a far cedere un aspirante scrittore?

Un libro su cui si è lavorato tre, cinque, dieci anni, limandolo, bruciandolo, riscrivendolo, detestandolo e alla fine inviandolo alle case editrici, aspettando. I primi rifiuti sono prammatica. I secondi servono a rafforzare il carattere, perché, si sa, tutti vogliono scrivere e nessuno vuole leggere. I terzi cominciano a dare un po’ fastidio: psioriasi, coliti, ulcere, emicranie, depressioni. Compagni di viaggio dello scrittore. I quarti si cercano di ignorare, i quinti si accartocciano mentre si leggono perché non meritano di essere conservati. I sesti, i sesti si lasciano sulla scrivania vicino al computer, un sfida: riuscirà lo scrittore aspirante a continuare a scrivere mentre la pila cresce in altezza? E se alla fine i rifiuti fossero 78?

Perché Márquez, Wallace e McEwan sono finiti a Austin?

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò apparso su Repubblica e in seguito sul suo blog, ringraziando l’autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

Norman Mailer prova a spiegare in una lettera a Bea, la prima delle sue sei ex mogli, che l’essere andato in escandescenze non fa di lui uno psicotico. Ian McEwan disegna la Terra e il sole al figlio William per fargli capire quanto, pur geograficamente lontani, restino emotivamente vicinissimi. David Foster Wallace mette in chiaro con gli studenti le draconiane regole di ingaggio del suo corso di inglese. Ci sono i manoscritti di John Maxwell Coetzee, rilegati da lui medesimo in cartone ondulato. C’è la foto in bianco e nero di tripudio domestico dove Mercedes Barcha bacia sulla guancia, nel giardino di casa, il marito Gabriel García Márquez che ha appena appreso di aver vinto il premio Nobel.

Est! Est! Est! (Ovest! Ovest! Ovest!)

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Il 19 giugno 1947 nasceva lo scrittore Salman Rushdie. In occasione del suo sessantottesimo compleanno pubblichiamo un omaggio-racconto-reportage scritto da Giordano Meacci originariamente per Lotto 49.

Ricòrdati che è stato lui – e malgrado tutte le tue pretese anti-idolàtriche quasi te lo pensi così: Lui, con la maiuscola dedicata agli Assoluti della tua solipsistica, peristaltica vita di lettore fanfarone – ricòrdatelo; fai attenzione: è stato lui, a scriverlo; l’uomo che vedi estivo e assorto, il riso sornione degli occhi (di un nero luminoso: le scintille ironiche quasi rivolte al sé stesso compiaciuto nell’atto dei compiti prima ancora che alla folla caciarona e adorante) che passano da una copia all’altra, da una mano stretta all’altra – e intanto ti chiedi cosa debba essere stato, negli ultimi quindici anni, convivere con il fastidio omicida di una fatwah: te lo chiedi, di nuovo, convivendo tu, invece, con la banalità voyeuristica di quest’iterazione istintiva e immodificabile; vergognandoti anche, della pochezza sempliciotta delle tue considerazioni: quale forza ci sia stata in ogni gesto, in ogni risposta fisica di quest’uomo ai traslochi obbligati, alle minacce fondamentalmente ottuse e insopportabili di persone che non prevedono la musica;

L’età della febbre

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A dieci anni da La qualità dell’aria, minimum fax pubblica una nuova antologia di racconti di autori italiani: è in libreria L’età della febbre. Storie di questo tempo a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia. Pubblichiamo la prefazione dei due curatori e vi segnaliamo che domani, venerdì 15 maggio, l’antologia sarà presentata alle 19.30 […]

Gli scrittori del PEN si dividono sul Premio a Charlie Hebdo

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“Respingere il veto degli assassini”, così è intitolato l’intervento con cui il PEN AMERICA, il club internazionale degli scrittori fondato nel 1922, motiva la scelta di affidare il PEN/Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese che il 7 gennaio scorso ha subito l’attacco terrorista costato la vita a 12 persone. «Poche persone sono disposte a mettere in pericolo la propria vita per un mondo in cui ciascuno di noi può dire quello in cui crede. Avendo deciso di continuare le pubblicazioni dopo la strage di gennaio e l’attentato incendiario del 2011, la redazione di Charlie Hebdo ha preso quella strada», si legge nella motivazione.

Martin Amis e Julian Barnes: Il falò dell’amicizia

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Questo articolo è uscito sul Foglio. (Nella foto, Martin Amis e Julian Barnes. Fonte immagine)

Quando tutte le strade del dolore e del risentimento arrivano a convergere può succedere qualunque cosa: si può abbandonare la donna che forse non si ama più, si può uccidere un’amicizia, oppure si può credere a un’amicizia, nonostante la tempesta, e restarne delusi. Si scrivono biglietti di addio che terminano con una sola parola: vaffanculo. Quel momento, nei giorni e nella letteratura di Martin Amis e di Julian Barnes, amici per la pelle, legati dai romanzi e dalla vita, è stato nel 1995. All’inizio del 1995 era quasi tutto ancora intero: Pat Kavanagh era viva, era bellissima, ed era la più temuta agente letteraria d’Inghilterra, suo marito Julian Barnes, più giovane di lei, l’adorava, e nessuno degli amici che loro ospitavano a cena, dopo che Pat aveva fatto il bagno delle sette e bevuto un bicchiere di vino, aveva l’ardire di chiedere, o peggio di scrivere, che cosa fosse successo davvero pochi anni prima, quando Pat aveva lasciato Julian per Jeanette Winterson, la scrittrice emersa dal nulla con un libro potente, “Non ci sono solo le arance”. Dopo due anni Pat era tornata da Julian e avevano ripreso la loro vita disciplinata, con il tavolo da biliardo e la discesa serale nella enorme cantina per scegliere il vino adatto alle cene. Kingsley Amis, il padre di Martin, sarebbe morto alla fine di quel 1995, e anche Saul Bellow, grande amico e guida, che stava già molto male. Martin aveva lasciato la moglie e si era innamorato, ricambiato, di Isabel Fonseca, aveva figli, aveva bisogno di soldi, aveva un problema maledetto e doloroso con i denti e con i dentisti, e aveva un romanzo pronto, ancora da pubblicare, “L’informazione” (l’incipit di questo romanzo non è dimenticabile: “Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste”).

Riflettere sulla sinistra

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Il 1989 è un anno-spartiacque non solo per la caduta del Muro di Berlino, appena ricordata. Lo è anche per altri fattori. Proprio in quell’anno si concentrano eventi, che “accanto” alla caduta del Muro, dimostrano come la Storia non corra affatto verso la sua fine, e non ci sia nessuna nottola di Minerva che possa bearsi di alzarsi in volo sul far del tramonto. Ne cito almeno tre: la fatwa lanciata da Khomeini contro Salman Rushdie in febbraio (reo di aver scritto “I versetti satanici”), la repressione della protesta degli studenti a Piazza Tienanmen in giugno, il discorso iper-nazionalista di Milosevic a Kosovo Polje che diede il via alla dissoluzione della Jugoslavia (sempre in giugno).

Il grande romanzo americano lo scriverà uno straniero

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue – divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

Octavio Paz, autobiografia di un lettore

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Le autobiografie degli scrittori sono sempre il racconto di come si forma un canone letterario. Se dettagliate, possono essere una miniera di consigli su poeti e scrittori da scoprire. Di solito, contengono prese di distanza da poetiche che hanno imboccato vicoli ciechi e lodi per poesie e romanzi altrui. Le autobiografie degli scrittori sono sempre, insomma, prima di tutto biografie di lettori.

Edizioni Sur ha pubblicato il libro di Octavio Paz che si intitola Anch’io sono scrittura (pp. 160, euro15) e che racconta il mondo in cui è stato immerso lo scrittore che nel 1990 vinse il premio Nobel: l’esplosiva politica messicana e la storia planetaria del Novecento che ribolliva intorno al suo Messico. Le rivolte giovanili in Europa nel 1968, l’India, gli intellettuali parigini.