La solitudine è una città con le luci accese

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È uscito in Italia, per Il Saggiatore, Città sola di Olivia Laing, nella traduzione di Francesca Mastruzzo. Pubblichiamo un pezzo apparso originariamente su The Towner, che ringraziamo.

C’è Arthur Rimbaud in mezzo al marciapiede della 7th Avenue: sullo sfondo si riescono ancora a leggere i titoli dei film usciti quell’anno al cinema; James Bond al New Amsterdam e Amytiville Horror all’Harris, sono Rated X quelli del Victoria. È il 1979, è New York e la foto è una delle tante scattate da David Wojnarowicz prima di morire di Aids, giovane, infelice. Il giorno del suo funerale, il 29 luglio del 1992, un mercoledì, centinaia di persone si radunano nell’East Village, bloccando il traffico; un cartellone annuncia: DAVID WOJNAROWICZ 1954-1992 DIED OF AIDS DUE TO GOVERNMENT NEGLECT.

Di tutte le storie che racconta, la sua è quella a cui continuo a tornare quando finisco Città sola; il saggio di Olivia Laing parla di solitudine, di città e di arte contemporanea e di come questi elementi si combinino; di cosa significa essere soli in una metropoli e di come sia difficile dire davvero qualcosa di questa condizione.

Vivere e lavorare alla Shakespeare & Company di Parigi

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Dal nostro archivio, un pezzo di Sara Marzullo apparso su minima&moralia il 4 ottobre 2016.

È in una sera di fine giugno che Julia mi invita a cenare con gli altri tumbleweed nell’appartamento che un tempo era stato di George Whitman. Da un po’ a questa parte lo hanno messo a disposizione dello staff e dei ragazzi che dormono tra i libri, perché abbiano un posto dove cucinare; in questa stagione il tramonto arriva tardissimo e fuori dalla finestra Notre Dame è splendida come sono splendide le cose che non paiono mai vere.

Sotto il tavolo c’è Aggie, la gatta chiamata come Agatha Christie che un giorno è apparsa nella sezione dei gialli e che ha finito per essere adottata dalla libreria; se questa non fosse un’immagine davvero troppo stucchevole, direi che chiunque qui si sente come quel gatto: una volta che impari a muoverti in mezzo a quegli scaffali, andarsene diventa difficile.

Future Sex: Il sesso e il mondo a venire

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

L’intimità di massa, il poliamore, la sessualità liberata del Burning Man. Emily Witt aveva appena compiuto trent’anni quando ha iniziato a scrivere Future Sex, un’esplorazione di cosa è oggi il sesso e di come è cambiato.

Lions: storie da luoghi che scompaiono

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Si chiama Gassing up at Roy’s la fotografia di Ralph Graf che ha vinto il Sony World Photography Awards per la categoria viaggi: “è stata scattata alla stazione di servizio e motel di Roy a Amboy, in California… Un paese quasi abbandonato sulla Historic Route 66, lontano da qualsiasi altra stazione di servizio o strada principale”.

Nel paese della natura selvaggia. Su “Eroi della frontiera” di Dave Eggers

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C’è una trappola in cui è caduto ogni novello Thoreau di questa terra, ogni sprovveduto che ha pensato che partirsene verso le terre ignote, lasciare casa, lavoro e telefono, potesse significare andarsene solamente incontro a un po’ di meritata pace. La trappola è questa: se va tutto bene e non inizia a piovere, non devi sfuggire da un incendio e il vento soffia leggero, andarsene in mezzo al nulla equivale ad alzare il volume dei tuoi pensieri al massimo e, beh, ci sono poche cose peggiori che essere lasciati in compagnia dei propri tormenti, dentro un camper arrugginito, a chilometri dalla forma di vita più vicina.

Cos’è Kafka? Un’indagine

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Una versione ridotta di questa recensione è uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

C’è un’opera di Andy Warhol che non conoscevo, finché non ho letto Olivia Laing parlarne in The Lonely City: Laing racconta che l’artista dei party aveva raccolto per anni gli oggetti e i detriti che le persone si erano lasciati dietro – vestiti, orecchini spaiati, un pezzo di pizza, i biglietti della metro che avevano ricoperto il pavimento della Factory – e li aveva sigillati in seicentodieci scatole, le sue Time Capsule. Non c’è personaggio più lontano da Kafka di Andy Warhol; tra l’alto e sgraziato scrittore di Praga e l’inventore delle celebrità non c’è praticamente niente in comune (anche se leggendo le rispettive biografie viene da dire che tra il desiderio di essere ovunque e quello di non essere affatto, non c’è poi grande differenza), eppure Questo è Kafka? segue lo stesso desiderio nascosto in ognuna di queste identity box, ricordare che certe figure una volta erano state persone, che avevano vissuto, come tutti.

Cercando una traccia di comprensione: sul libro di Ta-Nehisi Coates

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Nel 2015 i reporter del Guardian hanno creato The Counted, una mappa interattiva delle uccisioni compiute dalla polizia negli Stati Uniti: nel solo mese di Giugno 2016 sono stati registrati 97 casi. Ventotto di questi erano afroamericani, tutti tranne uno morti per colpi di arma da fuoco, molti giovanissimi: Jay Anderson (25 anni, Wisconsin) mentre stava seduto nella sua auto, Deravis Rogers (23 anni, Georgia) perché sospettato di furto, Sherman Evans (63 anni, District of Columbia) aveva con sé una pistola ad aria compressa, Isaiah Core III (20 anni, Alabama) perché non aveva accostato, Willie ‘Meek’ James (43 anni, Virginia) per aver puntato un coltello ai poliziotti che avevano fatto irruzione in casa.

Le cose che restano, il primo romanzo di Jenny Offill

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(fonte immagine)

In italiano si dice codice crepuscolo: è la traduzione più fedele a violet hour, l’ora in cui il cielo si avvicina alla notte, ma la luce resiste ancora; è il modo in cui si definisce l’ora in cui sei chiamato a affrontare la morte e i confini incerti di una scomparsa, il buco nero in cui le cose vengono risucchiate. Le cose che restano, il debutto di Jenny Offill, scritto nel 1999 e tradotto adesso da una magnifica Gioia Guerzoni inizia così: con una madre che racconta di quando una volta non esisteva il buio assoluto e una bambina che sa che sta parlando di morte e che, forse, non arrendersi all’oscurità è un modo come un altro per tenere tutto, non dimenticare niente.

Cento poesie d’amore e fantasmi: intervista a Michele Mari

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Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Michele Mari chiama coazione alla mimesi la ragione per cui ha cominciato a scrivere poesia dai banchi del liceo: scrivere alla maniera di Guinizzelli, di Cavalcanti o Dante era una cosa che sapeva fare bene, un modo per sciogliersi la mano; come una specie di camaleonte, assumeva i modi, la lingua, il lessico dei poeti che studiava. “Le poesie mi venivano facilmente, perché partivano da un’assimilazione preventiva”, dice, la stessa per cui dagli anni dell’università scrive componimenti d’occasione su richiesta di amici, come un poeta del Settecento.

Traduce il XXIV canto dell’Iliade e, poi, niente più poesia: ci sono le raccolte di racconti, i romanzi, Michele Mari come lo conosciamo tutti; fino al 2007, quando pubblica le Cento poesie d’amore a Ladyhawke, la sua unica raccolta di versi – un libro anomalo, che a distanza di anni continua a essere letto e amato da un pubblico sempre più ampio.

Last days of California di Mary Miller

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Questa recensione è uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

In una scena piuttosto famosa de Le vergini suicide, Cecilia Lisbon risponde al dottore che lui non è mai stato una ragazza di tredici anni; quello che è successo prima – i polsi, l’acqua rosa della vasca –  resteranno sempre una questione opaca agli occhi di quell’uomo, immobile ai piedi del letto.

Mary Miller, invece, una ragazza lo è stata e lo ricorda con così tanta accuratezza che la sua voce di autrice scompare dentro le parole di Jess, torna ad avere quindici anni e un corpo che ancora non le assomiglia. Jess in tasca ha un cellulare che non squilla mai, neanche adesso che i suoi genitori hanno costretto lei e la sorella Elise in un viaggio dall’Alabama alla California, nella direzione di qualche salvezza spirituale, o forse di un’apocalisse che metta fine a tutto.