Le leggende non muoiono mai – un documentario sui ragazzi di Larry Clark, vent’anni dopo

kids

(fonte immagine)

Chiedo a Hamilton Harris com’è che si protegge un ricordo, com’è che si racconta la propria storia e lui mi risponde: gira un documentario, alle tue regole.

Hamilton Harris è il ragazzo che in Kids ti insegna come si rolla una canna: oggi ha quasi quarant’anni, vive in Olanda e ha deciso che – passati vent’anni da Kids e ventuno dall’estate in cui venne girato – è finalmente arrivato il tempo di raccontare cosa ne è stato degli skater di Washington Square Park. Me lo spiega anche Peter Bici, uno dei kids, adesso vigile del fuoco e produttore del documentario The Kids, il motivo per cui lo sto intervistando: parla di lasciare andare il passato, girare qualcosa che faccia dire alle persone che altre condividono la loro storia, che state incasinate nello stesso modo. «Alla fine della giornata – conclude – non importa quanta tristezza e quanto dolore tu abbia dovuto attraversare, quello che vuoi è solo crescere e migliorare».

Inventario delle città: la cartografia di Milano di Buzzati

dino

(fonte immagine)

Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

I palazzi ammassati, le case moderne, le vie che aprono a una Milano nascosta, gli appartamenti, le stanze: raccontare una città è raccontarne i materiali, le planimetrie, gli incroci e i vicoli ciechi. Talmente accurato da trarre in inganno – perché davvero possiamo davvero percorrere quelle strade? Quelle vie esistono sul serio? –  Dino Buzzati in “Un amore” (1963) celebra la sua Milano con un lavoro da cartografo innamorato.

Raccontare l’Iraq: Fine Missione di Phil Klay

Writer Phil Klay photographed in New York.

(fonte immagine)

di Sara Marzullo

La prima cosa che fa il sergente Price appena rientrato a casa è baciare sua moglie e accarezzare il suo cane: se lo ricordava più in forma, ma è anche vero che la vita di prima sembra lontanissima adesso che è rientrato dalla missione e, se a Ulisse sono serviti vent’anni per ritrovare la strada di casa, possono bastano sette mesi per dimenticarsi com’era vivere qua. Qualche tempo dopo, Price porta il cane vicino al fiume e gli spara tre colpi, due al corpo e uno alla testa, perché non soffra più: in Iraq chiamavano questa cosa missione Scooby, e serviva perché i cani non mangiassero i cadaveri, ma da questa distanza non sembra che un modo per insegnarti a vedere i corpi come tacche, macchie luminescenti che sbiadiscono improvvisamente quando sono colpiti. Quelle degli uomini sono di un bianco abbagliante, spiegano, e i bambini differiscono dai bersagli d’addestramento solo per le dimensioni; nessuno ti spiega che fare se sbagli, però, né come fare a tornare.

Teju Cole. Delle città aperte o della porosità di certi confini

houstonstreet

Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

(fonte immagine)

Parte prima – La morte è una perfezione dell’occhio

New York

Non vedo i confini di questa città, ma ne sento i suoni

Circonferenza

New York non è mai descritta nella sua totalità: da flaneur,Julius non può vederla dall’alto, ma solo ad altezza d’uomo, dalle strade, dai marciapiedi. «E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città». Quindici minuti da Central Park, a Est di Sakura Park, a Nord c’è Harlem: in geometria si dice circonferenza il luogo geometrico costituito da punti equidistanti da un punto fisso, detto centro – fare il flaneur è andare a visitare tutti i punti equidistanti dal centro e superarli, andare così lontani da dover prendere la metro per tornare a casa.