Per la virgola

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di Alberto Mucci

Lo scorso gennaio un docente di linguistica della Columbia University ha parlato della presunta fine della virgola. Dalla sua dichiarazione è nato un dibattito. In Italia ne hanno parlato minima&moralia (qui) e Studio (qui).

Sono sempre più numerosi gli elementi che ci spingono verso la velocità e l’immediatezza, verso la sintesi e la brevità di espressione, verso il subito e l’adesso, non soltanto nella vita sociale (dalla pubblicità, ai programmi televisivi, ai rapporti personali) ma anche nel quotidiano, soprattutto a causa di Internet, Twitter e i sui suoi 140 caratteri ora quotati in borsa e Facebook, abbandonato, è vero, dai teenager, ma sempre più popolare tra gli adulti,

L’adeusinho per un amico di Andrea Bajani

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Saramago diceva che la lingua portoghese ha una parola che altre lingue non hanno, e questa parola è adeusinho. Un diminutivo per la più difficile delle cerimonie: il momento di dirsi addio tra due persone. Come se si potesse essere delicati anche nella separazione e addomesticare con un piccolo trucco verbale la tristezza.

Il suo adeusinho ad Antonio Tabucchi, Andrea Bajani lo compone nell’unico modo in cui due scrittori si possono salutare: attraverso un romanzo.

È bene sottolinearlo dall’inizio, per evitare ogni equivoco.

Made in Europe

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Questo pezzo completa il discorso di un mio analogo uscito qualche giorno fa su Repubblica. Inizia allo stesso modo, ma poi approfondisce altri aspetti che per questioni di spazio non entravano nello spazio del quotidiano. (Immagine: Jasper Johns.)

A quale idea di cultura ci aspettiamo che l’Europa si aggrappi nella stagione in cui le sue fondamenta economiche (nonché l’idea stessa di una casa comune) sono scosse come mai era successo dal dopoguerra? Ed è lecito attendere segnali interrogando quel veritiero specchio deformante che è ancora la letteratura d’invenzione?

Come non di rado accade, preziosi indizi sono disseminati dove non ci aspetteremmo di trovarli, cioè fuori dal nostro continente. Pensieri selvaggi a Buenos Aires, l’ultimo libro di Alberto Arbasino, è uno scrigno che contiene tra le altre cose un dialogo con Jorge Luis Borges risalente al 1977. Dopo aver ricordato Robert Louis Stevenson, che giunto in California dichiarò “eccomi alla frontiera della cultura occidentale”, lo scrittore argentino, incalzato da Arbasino (“Ma lei si aspetta qualcosa dall’Europa?”), spiazza il lettore e forse meno l’interlocutore: “Mi aspetto tutto dall’Europa. Cosa ci si può aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. Noi facciamo di tutto per aiutarvi. Spero che tutto l’Occidente sia un po’ uno specchio eterno dell’Europa. Tocca a voi salvarvi, e salvarci anche”.