Gli agenti letterari

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Giulio Milani segnala una sua microstoria degli agenti letterari, dal nuovo blog letterario della collana Wildworld di Transeuropa https://www.wildworld.cloud/ La foto allegata al pezzo è di Michela Bin *** Gli agenti letterari di Giulio Milani Gli agenti letterari, nel nostro paese, si sono diffusi con più forza soprattutto a partire dagli anni novanta e per […]

Non sapere, per finta e davvero. Appunti su “Belluscone” per una storia culturale di Palermo

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Questo articolo è uscito su Lo Straniero. 

Belluscone è (anche) un film sul linguaggio. Più esattamente sull’esperienza linguistica palermitana. O meglio ancora sulla frequente coincidenza palermitana tra linguaggio e indicibilità. In Belluscone Franco Maresco filma corpi, volti, bocche, il teatrino della parola allestito in ogni bocca, l’avventura rocambolesca di una lingua fondata sul costante andirivieni dal palermitano all’italiano al palermitano, lo sfarinarsi del lessico, la sintassi che si imbizzarrisce e disarciona il senso consueto generandone un altro ancora, liminare e illuminante.

Le ragioni per le quali in Belluscone il linguaggio coincide con l’indicibilità sono soprattutto tre. Perché ci sono termini i cui fonemi risultano, malgrado i reiterati tentativi, impronunciabili (folclore, per esempio, che si incarta in florcore, oppure incaprettato che diventa incrapettato); perché se ne ignora il senso (ibrido è un vocabolo che in certi casi può suscitare disorientamento, così come labiale); perché ci sono parole che non devono essere dette: è tollerabile alludere al loro significato facendo però sì che il significante che le veicola permanga silente, larvale, il fantasma di una parola (Lauricella, il cognome del boss, viene mormorato ma è senza suono: è una parola che si ascolta con gli occhi).

In ricordo di Vittorio Bodini

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Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Vittorio Bodini (6 gennaio 1914-19 dicembre 1970), poeta, scrittore, giornalista e grande traduttore della letteratura spagnola in lingua italiana (sue le traduzioni del “Chisciotte”, del teatro di Federico Garcia Lorca, di Francisco de Quevedo, dei poeti surrealisti). Ho ricordato la sua poliedrica attività intellettuale, il rapporto viscerale con il Sud salentino in cui era vissuto, in tre articoli apparsi sul “Corriere del Mezzogiorno”. (Fonte immagine) 

In Salento

Vittorio Bodini, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, non è stato solo un grande poeta e un grande ispanista, traduttore per Einaudi del “Don Chisciotte” e delle opere teatrali di Federico Garcia Lorca. È stato anche un grande autore di reportage: prose di inchiesta e narrazione, in cui le barriere giornalistiche vengono sistematicamente decomposte per avanzare in un terreno specificamente letterario e poetico. Poetico nel senso che è poeta colui il quale guarda alla realtà con gli occhi del poeta, indipendentemente dal registro linguistico che adotterà scrivendo.

Il meglio di Pagina3: settimana dal 18 al 22 febbraio

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di febbraio è Vittorio Giacopini. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Ian McEwan.)

Lunedì 18 febbraio:

 Intervista a Marcello Ciccaglioni proprietario della casa editrice Arion. “Non è più il tempo di piccoli e medi librai”. Articolo di Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano, p. 14-15

 “A volte perdo la fede nel dio della letteratura”. Articolo di Ian McEwan, la Repubblica, p. 45

Intervista a Domenico Starnone

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Questa intervista è stata pubblicata originariamente nel magazine di minimum fax per l’uscita di Fare scene. Oggi che Fare scene torna in libreria con un capitolo inedito, ve la riproponiamo in occasione del settantesimo compleanno di Domenico Starnone e gli facciamo i nostri migliori auguri.

Trovo che una delle migliori armi messe a disposizione del lettore in Fare scene sia l’antiretorica che pervade, in maniera diversa, Primo e Secondo tempo. Provo a spiegarmi. La seconda parte, quella in cui l’io narrante sceneggiatore adulto alimenta suo malgrado l’entertainment nostrano, vale a dire un mondo fatto di volgarità, ipocrisia, bugie, violenza psicologica e soprattutto brutti film, è anche quella in cui quello stesso uomo sembra prendere finalmente coscienza del tempo e della condizione in cui siamo tutti immersi. Guy Debord negli anni Settanta parlava di “società dello spettacolo”. Harold Bloom oggi paventa l’arrivo di una “teologia audiovisiva”. Al contrario, la prima parte del libro (quella in cui il protagonista bambino nutre la propria educazione sentimentale nelle sale cinematografiche napoletane del dopoguerra), lungi dall’essere un quadretto d’epoca edificante, può forse essere inteso come una sorta di cavallo di Troia infilato nei nuovi cinema paradiso di tutte le latitudini e cronologie. Insomma, sembra quasi che tu voglia dirci che l’immagine in movimento (cinematografica, e poi televisiva) ha o meglio ha sempre avuto qualcosa di ingannevole. È così?

Tutte le forme della rappresentazione, a conti fatti, hanno qualcosa di ingannevole, altrimenti non sarebbero forme ma la realtà stessa.  Si potrebbe fare una storia della letteratura concentrandosi solo sulle strategie messe in atto dagli scrittori ora per ridurre al minimo la  natura ingannevole delle forme, ora invece per accentuarla, e le due linee di tendenza, a ragionarci, non sempre risulterebbero nemiche l’una dell’altra, anzi. In entrambi i casi si tratta di simulazioni del reale, ora ottenute con effetti di realismo, ora con effetti derealizzanti. Il problema quindi non è l’ingannevolezza delle forme ma il loro potere, la loro capacità di suggestione di massa. L’immagine, si sa, ha sempre avuto una grande forza, considerato che sintetizza cose e corpi con l’apparenza delle realtà viva. Se poi è aiutata dalla parola (iscrizioni, didascalie, battute chiuse nel fumetto), l’effetto di vita vera si centuplica. L’energia propria dell’immagine, dunque, con l’avvento del cinema muto, del cinema parlato, della televisione, della diretta televisiva, della rete, è esplosa a livelli prima impensabili. E con essa la complessità anche etica della rappresentazione, visto che ormai il virtuale è parte imprescindibile di ciò che chiamiamo reale, ci plasma le teste e il modo di ordinare la nostra vita.

Meraviglioso Modugno

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Qualche tempo fa “File urbani”, programma musicale di Radio 3 condotto da Valerio Corzani e curato da Monica Nonno, ha dedicato due puntate al “Pianeta Modugno”, riproponendo molti dei brani del “cantattore” pugliese reinterpretati nel corso della serata inaugurale del Medimex 2012 al Petruzzelli di Bari.

Sarà banale dirlo, ma ascoltando la trasmissione è stato impossibile non pensare quanto sia davvero immenso il “pianeta Modugno”, il lascito di un patrimonio di canzoni e  interpretazioni che hanno segnato una cesura netta nella storia della musica italiana. Il discorso non riguarda solo “Nel blu dipinto di blu” e quel grido liberatorio (“Volare…”) che avrebbe anticipato il boom e che velocemente sarebbe diventato il ritornello italiano più conosciuto al mondo – uno dei primi esempi di world music novecentesca… Il discorso riguarda l’intera, eclettica, complessa e poliedrica carriera di un cantante che è stato allo stesso tempo autore, attore e sovente paroliere, e ha fatto della canzone quasi un’opera teatrale in sé. Impossibile non imitarlo, disse una volta Fabrizio De Andrè.

Il meglio di Pagina3: Settimana dal 7 all’11 gennaio

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di gennaio è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Fruttero e Lucentini.)

Lunedì 7 gennaio:

 Neil, l’impertinenza di un quindicenne che aiuta la scienza. I suoi dubbi su Andromeda servono ai fisici. Articolo di Giulio Giorello, Corriere della Sera, p. 23.

 • Teresa Cremisi. L’italiana alla testa di Flammarion: “Come decido di pubblicare un libro? Faccio silenzio dentro di me e sento se è il momento giusto”. Articolo di Franco Marcoaldi, la Repubblica, p. 45.

Ricordando Giuseppe Fava

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Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull’emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l’Orso d’oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.

Ricordando Roberto Roversi

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Pubblichiamo un articolo di Christian e Veronica Raimo su «Caccia all’uomo», l’ultimo libro del poeta Roberto Roversi scomparso qualche giorno fa.<

di Christian e Veronica Raimo

Poeta, partigiano, romanziere, sodale di Pasolini e Leonetti nel fondare Officina, direttore di Lotta Continua, libraio militante per sessant’anni, paroliere per Lucio Dalla e gli Stadio: quattordici lettere. Se non vi sovviene immediatamente il nome di uno dei più importanti intellettuali italiani viventi, è perché Roberto Roversi negli anni ’60 ha fatto una scelta controcorrente che oggi ne fa anche un pioniere e un modello per chi ragiona di nuove politiche editoriali: ha deciso di non pubblicare più per grandi gruppi editoriali, di autoprodursi e autodistribuirsi.