Neon City

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Lo scorso ottobre Giorgio Vasta e il fotografo Ramak Fazel (ramakfazel.com) hanno condiviso un viaggio nel Sud Ovest degli Stati Uniti. Questo viaggio diventerà nel prossimo futuro un libro pubblicato da Quodlibet/Humboldt. Quello che segue è un estratto che racconta Il Neon Museum di Las Vegas. Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

Las Vegas è puro arbitrio. Città estorta al vuoto, spazio disabitato dove a un certo punto si è preso a costruire. Se la si osserva dall’alto non è che un francobollo di poco meno di trecento chilometri quadrati circondato dalla distesa ferrosa del deserto del Mojave. Villaggio ferroviario a partire dal 1905, ufficialmente riconosciuta come città nel 1911, nel 1931 è legalizzato il gioco d’azzardo e nel 1946 viene inaugurato il primo casinò. Da allora Las Vegas è immagine di una crescita inarrestabile che si esprime in un germogliare di strutture inaudite. Un fenomeno che sembra rivelare un impulso apotropaico: costruire – di tutto, dappertutto, dentro e contro il deserto – serve a sopportare il nulla intorno. Viene in mente quanto scrisse Goffredo Parise all’inizio degli anni Sessanta in Odore d’America descrivendo il vuoto come «endemica malattia americana e dello zelo di chi vorrebbe, ma non può, riempirlo con una storiografia che è soltanto cronografia, cioè ancora una volta consumo». Las Vegas non possiede una storia canonica. Per supplire istericamente a questa mancanza ha radunato in sé gli emblemi della storia altrui – dalla Tour Eiffel alla piramide nera dell’Hotel Luxor, dalla Statua della Libertà alla piazza San Marco di Venezia – trasformandosi in uno spazio allusivo, in un ininterrotto altrove al contempo vitale e disperato.