“Fosse stato per me non sarei mai diventato regista”: intervista a Ettore Scola

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Ieri sera è mancato Ettore Scola, uno dei grandi maestri del cinema italiano e mondiale. Per ricordarlo riproponiamo un’intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo uscita sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo

Del tessuto giovanile rammenta le striature: “Lo sceneggiatore deve essere un po’ sarto e un po’ puttana. Se vuole che il vestito venga bene deve tener conto di chi lo indosserà, regalargli delle gioie, farlo sentire amato”. Del mestiere di regista che lo ha candidato all’Oscar 4 volte e reso venerato maestro (“ma non mi ci sento, in fondo Arbasino e Berselli li avevo letti poco”) ricorda il timbro dei suoi eroi minori: “Anche se nei progetti che scrivevamo non pulsava mai il pregiudizio, non si può negare che i protagonisti dei nostri film non fossero spesso degli stronzi” e il sollievo di abbandonarlo a tempo debito: “Il regista è uno schiavo. Fa un lavoro lungo, noioso, ripetivo e scandito da orari canini. Si sveglia all’alba e quando è buio, trotta ancora per preparare il giorno successivo. Appena potevo fuggire, fuggivo. Con l’età, la pigrizia ha superato qualunque altra considerazione. Quando mi chiedono perché non giro più rispondo seccamente: ‘Mi sono preso un decennio sabbatico’”.

Youth, la giovinezza di Paolo Sorrentino

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Questa mattina è stato presentato al Festival del cinema di Cannes “Youth – la giovinezza“, il nuovo film di Paolo Sorrentino. Pubblichiamo l’intervista al regista di Paola Zanuttini, uscita per il Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autrice e la testata. Nella foto, una scena del film (fonte immagine). Roma. Quando Harvey Keitel ha finito le riprese di La giovinezza […]

Tiziana Lo Porto intervista James Franco

Steinbeck al cinema con James Franco In Dubious Battle

Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Tiziana Lo Porto a James Franco apparsa sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Questa intervista (parzialmente pubblicata sul Venerdì) avviene in due tempi. Il primo a Venezia, alla scorsa Biennale del Cinema, James Franco presenta L’urlo e il furore che ha diretto, io sono lì per intervistarlo. Il secondo tra Roma e Atlanta lo scorso marzo. Io a Roma, James Franco ad Atlanta a dirigere La battaglia di Steinbeck. Tra i due tempi traduco il suo ultimo romanzo, Il manifesto degli attori anonimi (esce oggi per Bompiani) e leggo una trentina di libri che mi consiglia lui negli scambi di email. Molto Nabokov, molta poesia. L’anno scorso a Broadway gli ho regalato Camera da letto di Attilio Bertolucci e una raccolta di poesie di Patrizia Cavalli. Amiamo i libri di poesia.

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Primo tempo, settembre 2014 

Grazie per Faulkner. Se non dovevo fare quest’intervista forse lo non avrei mai letto. Ho letto Mentre morivo e L’urlo e il furore, e dopo che li ho letti ho anche capito perché in In stato di ebbrezza hai usato così tante voci. 

Esatto, hai assolutamente ragione. Quando ho scritto In stato di ebbrezza una delle maggiori influenze è stata Mentre morivo, e la struttura iniziale del libro prevedeva che ogni personaggio facesse riferimento a una morte che accadeva al centro del libro. Uno degli studenti moriva. Pensavo di costruirlo esattamente com’è costruito Mentre morivo, in modo che ognuno avesse la sua prospettiva di quella morte, di cosa significasse per lui.

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 8: Werner Herzog, seconda parte

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui le puntate precedenti. 

Herzog oltre la vita: l’animale, l’uomo, la macchina da presa

Come ricercando nella realtà le varianti di uno stesso tema, facendo di un’ossessione un principio di ricerca, Herzog ha continuato fino agli ultimi anni a girare documentari su uomini che vivono al di fuori della società, mettendo alla prova la minaccia della natura oppure estromettendosi dalla vita urbana con un gesto distruttivo. In Grizzly man (2005) i molteplici aspetti di questa indagine trovano la loro espressione più esemplare. Stavolta la narrazione è non soltanto ricavata da una vicenda effettivamente accaduta, ma addirittura composta in grande misura dai materiali girati dal suo protagonista Timothy Threadwell. Con Threadwell incontriamo un Thoreau dell’era digitale, che va a vivere tra gli orsi, filmando i giorni (13 estati) della sua incredibile prossimità con gli animali nell’isolamento remoto dell’Alaska. Si tratta di materiale straordinario, che sembra soddisfare (ma insieme, come vedremo, deve infine distruggere), i sogni new age di un’intera generazione.

Una storia simile, anch’essa tratta da un episodio realmente accaduto, è raccontata due anni dopo da Sean Penn nel suo Into the Wild (2007). Ma il racconto di Penn, che narra il viaggio, la tenace ricerca di isolamento e infine la morte del giovane e brillante Chris McCandless, procede in chiave di commossa celebrazione della fuga nelle terre selvagge, il cui valore di testimonianza non viene scalfito dalla morte del protagonista (isolato anch’egli in un remoto territorio dell’Alaska). Il senso del film di Herzog è completamente diverso. La sua analisi si appunta con severità su tutti gli elementi che mostrano il carattere artificiale del ritorno alla natura, e del distacco dai legami umani, in un tentativo di accesso all’utopia di cui si rivela l’inganno.

L’infinita vanità del tutto

di Daniele Manusia In contemplazione del proprio giardino, Giacomo Leopardi rifletteva: “Ma in verità questa vita è trista e infelice”; e a conclusione del canto A Se Stesso invitava il proprio cuore sofferente a disprezzare quella che lui chiamava “l’infinita vanità del tutto”. Due secoli dopo, quello stesso vuoto sembra essere tornato di moda. Almeno […]