Il gioco del mondo. Io e Lorenzo

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

L’ultima volta che ci siamo visti, al Palalottomatica, ne ho avuto la riprova definitiva. Non che non lo avessi intuito già da tempo, ma un conto è sospettarlo, e un altro è sentirselo dire da degli estranei e poi vedersi insieme in foto: io e lui siamo il giorno e la notte. Era fine aprile, Lorenzo stava per salire sul palco per una delle dieci date, ovviamente tutte sold out, in programma a Roma. Un mese prima lo avevo avvisato per mail di aver comprato il biglietto il tal giorno e lui, generoso come al solito, s’era offerto subito di cambiarmelo con uno di quelli speciali per i suoi ospiti, ma io avevo preferito non accettare, tanto poi l’avrei visto in privato. Eravamo d’accordo infatti che al mio arrivo al Palazzetto avrei chiamato una sua assistente che mi avrebbe condotto da lui in camerino.

Giunsi in anticipo ma c’era già una discreta folla davanti ai cancelli dell’arena. Entrai e presi posto nel terzo anello laterale, lo spicchio in alto più lontano dal palco, perché quello permetteva il mio portafoglio.

Benjamin, Rothko, Marai, Moravia: L’ultimo libro

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Photo by Patrick Tomasso on Unsplash

Se casa tua stesse bruciando e potessi salvare un solo libro, quale sceglieresti? Prima o poi ogni amante dei libri si sente rivolgere una domanda del genere, e l’unica risposta adeguata sarebbe: quello più vicino alla porta. Ma nel giugno 1940 Walter Benjamin dovette rispondere seriamente a questo quesito, perché ebbe la disgrazia di trovarsi in una situazione simile. L’incendio lo avevano appiccato i nazisti e stava divampando in mezza Europa. Quando le fiamme lambirono il suo monolocale parigino di rue Dombasle, Benjamin scappò in treno verso il sud della Francia ancora libero e la prima tappa del suo calvario fu a Lourdes.

Con sé portava poche cose. Doveva viaggiare leggero, prevedeva l’attraversamento dei Pirenei a piedi. Lì, in una pensione con vista sulle montagne, aspettò invano per due mesi i documenti necessari all’espatrio e scrisse diverse lettere agli amici più cari.

A casa di Lucio Battisti

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Pubblichiamo un pezzo apparso in versione su il Foglio, che ringraziamo. (fonte immagine)

C’è sempre un legame fra un artista e la sua casa. Il difficile è individuare quale casa, fra tutte quelle in cui ha vissuto, lo rappresenta fedelmente. Poi bisogna capire la ragione di quel legame, scorgere l’intima corrispondenza tra il luogo e la persona, e anche questa non si rivela immediatamente, perché si devono conoscere a fondo entrambi. A volte il motivo può essere evidente, per esempio l’indirizzo, il nome della via, come la rue Linneo a Parigi per il tassonomista Georges Perec. Altre volte il vincolo si nasconde in una circostanza storica apparentemente trascurabile, come il fatto che rue de l’Odeon fu la prima strada della Ville Lumiere a essere dotata di marciapiedi, e infatti in una di quelle mansarde, al civico 21, finì i suoi giorni il peripatetico Emil Cioran. Altre volte ancora è una peculiarità evidente che suscita interrogativi senza risposta, o con troppe risposte, come le case d’angolo di tutta Europa in cui visse Dostoevskij.

Il pezzo che avrei voluto scrivere sulla casa di Caravaggio

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E pensare che non avevo mai amato le soglie, con la loro insopportabile diacronia, di qua/di là, dentro/fuori, prima/dopo, e ora invece mi sembra di non fare altro, di non voler vedere altro, come se custodissero un arcano segreto o fossero il simbolo di un’esperienza assoluta, qualcosa di organicamente isolato ed estrinseco al corso normale di una vita e che tuttavia ne costituisce il nucleo più intimo. Fu Gerard Genette a rivelarmi che le soglie del testo erano il cuore delle mie ossessioni letterarie, fin da quando alle medie andai in gita scolastica a Recanati per la casa di Leopardi, o più tardi, al liceo, quando visitai il pomposo Vittoriale di D’Annunzio a Gardone.

Scrivere per dimenticarsi. Quando conobbi Borges

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Tanti anni fa, quando le terze pagine stavano dove dicevano di essere, io mi fidavo della letteratura. La sera aspettavo con trepidazione che mio padre rincasasse dall’ufficio col Corriere, e dopo cena m’immergevo nella lettura della pagina culturale. Gli articoli che preferivo erano quelli più netti, che stroncavano o lodavano un libro con decisione, e fu grazie a uno di questi che inciampai in Jorge Luis Borges. Erano i primi di ottobre, la vigilia del premio Nobel, e il giornale aveva raccolto dei pronostici riguardo al possibile vincitore.

L’ultima casa di Giorgio Manganelli

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Ho visitato l’ultima casa di Giorgio Manganelli, in via Chinotto 8 interno 8. Era da tempo che volevo farlo. Non so cosa mi attrae tanto di questi posti. In genere, gli appassionati di letteratura amano i pellegrinaggi alle tombe dei loro beniamini, e vi depongono fiori e poesie, ma a me le tombe non dicono niente. Lì quegli scrittori ci sono stati portati quando erano solo un mucchio di ossa, mentre nelle case che hanno abitato non possono non aleggiare ancora i segni della loro presenza.

Non dire gatto. Vita di Giovanni Trapattoni

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo. È meno scontata di quanto ci si possa aspettare, l’autobiografia del Trap (Non dire gatto. La mia vita sempre in campo, tra calci e fischi, Rizzoli, 297 pagg., 18 euro). Sì, certo, di primo acchito sembra la solita lunga carrellata di partite e risultati raccontati a volte […]

Il falso Borges

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

Una delle poesie più famose di Jorge Luis Borges non è di Jorge Luis Borges. S’intitola Istanti e su Google è citata decine di migliaia di volte. La storia del suo successo non si limita però all’apprezzamento di tanti anonimi fan. L’ultimo ad aver abboccato è stato Fabio Volo, che l’ha declamata con grande enfasi durante il suo programma mattutino a Radio Deejay, ma nel corso del tempo aveva già ispirato un’opera d’arte contemporanea di Riccardo Orsoni, era stata menzionata in un romanzo di Sergio Calamandrei e in un manuale di lingua castigliana (Por supuesto 2 di Joaquin Masoliver), fu usata nello spot pubblicitario della compagnia di assicurazione spagnola Mapfre, e il cantante degli U2 Bono Vox la recitò alla televisione messicana. Tutti, naturalmente, credendola autentica.

Considerazioni sul “geco” di Tiziano Scarpa

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Il nuovo romanzo di Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco (Einaudi, pp.321, 20 euro), presenta la consueta struttura binaria. La trama segue le vicende alternate di due personaggi, un uomo e una donna a cui sono dedicati nove capitoli ciascuno, più una prefazione, un lungo capitolo finale dove s’incontrano e infine l’epilogo. Ma la struttura binaria non ha a che fare con le due vite parallele, bensì con le due ossessioni di fondo del veneziano: le parole e il corpo.

Quella è la linea di basso pulsante che sostiene tutte le sue narrazioni da vent’anni a questa parte, e la maestria di Scarpa sta proprio in questo effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, nel saper raccontare storie sempre diverse adoperando gli stessi semplici elementi.

Figurine mondiali

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Qui la prima parte di questo Sillabario. (Fonte immagine)

Giorgio Vasta
Dribbling 

C’è stato un tempo – grosso modo tra il 1984 e il 1985 – in cui ho immaginato che il dribbling fosse non semplicemente una tecnica calcistica ma un modo di stare al mondo. Approfittando dell’esilità del corpo, di una buona rapidità di esecuzione e soprattutto di una congiuntura fisiologica e cognitiva che da allora non si è mai più riverificata, durante le partitelle estemporanee dell’adolescenza superavo ogni avversario come lo slalomista supera i paletti, procedendo per i campi di bitume come se fossero inclinati e i giocatori dell’altra squadra poco più che microscopici pretesti sparpagliati lungo il percorso. La felicità della finta era talmente intensa che il dribbling – in teoria niente di più di uno strumento utile a superare un ostacolo – era diventato un valore in sé e dribblare non era più un’eventualità del gioco, la risoluzione di un problema agonistico, bensì un obbligo, tanto fisico quanto morale, la partita soltanto una scusa per sperimentare l’euforia dell’assenza di attrito.