Dino Campana: un genio da manicomio

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di Marco Candida

Impossibile accostarsi all’opera di Dino Campana senza concentrarsi in via preliminare su chi fosse analizzandone vita e personalità; ma, prima di far questo, si può forse tentare uno sguardo d’insieme domandandosi: che storia è quella di Campana?

Un modo per rispondere a questa domanda è affermare che si tratta della storia di un uomo che ha subito una tremenda ingiustizia. Un altro modo è rispondere affermando che si tratta di un individuo che, per varie ragioni, fra cui quella di aver ricevuto una tremenda ingiustizia, si è rovinato la vita ed è diventato pazzo.

“Il mondo intero è gremito di storie”. In memoria di Sebastiano Vassalli

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Sebastiano Vassalli ci ha lasciato nella notte tra il 26 e il 27 luglio. Lo ricordiamo pubblicando l’incipit de La notte della cometa, il romanzo-inchiesta sul poeta Dino Campana uscito per Einaudi nel 1984, e con un estratto dal libro-intervista Un nulla pieno di storie, scritto con Giovanni Tesio per Interlinea, che ringraziamo.

Marradi, settembre 1983. Il dépliant del Ristorante Albergo Lamone, dove alloggio da una settimana, dice: «Albergo moderatamente attrezzato. Cucina tradizionale e genuina. Specialità gastronomiche tosco-romagnole. Servizio accurato per matrimoni, banchetti, comitive ecc. Cacciagione, trote, funghi, pecorino marradese, torta di marroni. Vini tipici tosco-romagnoli». Le camere, distribuite su due piani, affacciano da un lato sullo scalo della stazione ferroviaria e dall’altro su un viale d’ippocastani intitolati a un tale Baccarini ma denominato, nell’uso, «viale della stazione».

Il corpo a corpo della scrittura

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Il desiderio di scrittura può nascere per contagio: frequentazione, lettura, intrattenimento con altre scritture che lo muovono e che diventano modello, scuola di formazione. È il modo più frequente ma anche quello che finisce facilmente per rientrare nei generi noti: l’ispirazione letteraria e i linguaggi specialistici, disciplinari.

Un altro percorso, meno visibile, è quello che parte da sommovimenti interni – pensieri, emozioni, sentimenti – che, nel tentativo di arrivare alla parola, trovano proprio nei linguaggi già dati della cultura una barriera.

Gli oggetti seppelliti negli archivi delle donne

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Questo intervento è apparso sulla rivista Genesis nel 2002.

La mia presenza a un convegno sugli archivi delle donne è immeritata, almeno per due ragioni: sono solo da pochi mesi alla direzione di una collana legata alla ricerca di archivio, Letture d’archivio, nata per iniziativa della Fondazione Badaracco, e di cui è uscito il primo libro (Lea Melandri, Una visceralità indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne negli anni Settanta, Franco Angeli 2000); inoltre, quando hanno cominciato a nascere i Centri Studi (o Centri di Documentazione) sul movimento delle donne, come quello milanese fondato da Elvira Badaracco e Pierrette Coppa, il Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia (1979-1980), sono stata indifferente o critica, pensando che fosse una operazione di seppellimento o di resa. Non potevo arrendermi all’idea che il movimento delle donne fosse finito come tale e potesse assumere altre forme, anche se mi era chiaro che eravamo di fronte a una svolta.

La scrittura, il sogno d’amore e l’impresentabile della vita

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Relazione al convegno organizzato dall’Università dell’autobiografia ad Anghiari il 7 maggio 2004.

Ci sono scritture d’amore che nascono nel momento stesso in cui si decanta il sogno d’amore, inteso come ideale ricongiungimento di forze opposte, quel “matrimonio dei contrari”, fusione di maschile e femminile, che secondo Virginia Woolf  rende la mente “androgina”, “naturalmente creatrice, incandescente e indivisa”, capace di trasmettere l’emozione senza ostacoli. Che costo di follia, sofferenza e morte abbia avuto questo sforzo di rendere “fertile” la mente, per le donne che hanno tentato “creature di spirito anziché di sangue”, è scritto nelle loro biografie.

Identificate con la “natura vivente” dell’origine, con un “Tu privo di volto e di lingua”, le donne non potevano che muoversi con difficoltà, contraddizioni, lacerazioni, tra un’esperienza corporea, sentimentale, emozionale, considerata “ostacolo”, “materia estranea”alla creazione artistica, e una parola salvifica capace di rigenerarla, ma solo a patto che fosse “interamente consumata” (1).

Dio è morto, ma le Dee godono ottima salute

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Intervento al convegno “L’impensato della dea”- Università Bicocca di Milano.

Una quindicina di anni fa ho avuto modo di occuparmi di Marija Gimbutas in uno scritto che avevo intitolato Il linguaggio della dea. Come liberarsi di un mito. Si trattava di una relazione nata dal’incontro con donne attrici, in particolare con Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna, che aveva da poco messo in scena Rosvita, una sorta di “itinerario mistico” ispirato alla monaca di Gandersheim. Mi chiedevo allora come mai, se è vero come dicono che “Dio è morto”, le dee – le sante, le vergini guerriere, le mistiche – sembrano invece godere di ottima salute. Mi rendo conto che la domanda è oggi più attuale che mai, dato il credito che gode il tema del divino legato alla ricerca di identità della donna o sarebbe meglio dire di una “differenza” del femminile.

La femminilità tra metafora, imposizione e scelta

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Questo intervento è stato preparato nel 2010 per il Festival dell’eccellenza al femminile di Genova. (Immagine: Roy Lichtenstein)

Parto da una confstatazione evidente: le donne sono state escluse per secoli dalla polis, ma lo stesso non si può dire della “femminilità”, della costruzione sociale e culturale del “genere” femminile, della rappresentazione che l’uomo, unico protagonista della storia, ha dato all’altro sesso, delle norme, dei ruoli, che nel corso della sua civiltà ha imposto per controllarne il destino e piegarlo a proprio vantaggio. Le donne si sono trovate così al centro di una contraddizione difficile da affrontare e modificare: la loro esaltazione immaginativa e la loro insignificanza storica.

La memoria del corpo nella scrittura di esperienza

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Pubblichiamo il testo di un intervento inedito che Lea Melandri ha tenuto a un incontro sul tema “La memoria del corpo nella scrittura di esperienza” nel 2006. (Immagine: Francesca Woodman)

Quella che in più occasioni ho definito “scrittura di esperienza” interroga innanzi tutto il pensiero, il suo radicamento nella memoria del corpo, nelle sedimentazioni profonde che hanno dato forma inconsapevolmente al nostro sentire. In quelle zone remote e “innominabili” , la storia particolarissima di ogni individuo incontra comportamenti umani che sembrano eterni, immodificabili, uguali sotto ogni cielo: passioni elementari, sogni, costruzioni immaginarie, rappresentazioni del mondo, riconoscibili in ogni spazio e tempo. Tra queste, vanno a collocarsi le figure del maschile e del femminile, che il corso della storia ha modificato, ma non tanto da cancellare i tratti della vicenda originaria che ha dato loro volti innegabilmente duraturi.

Il sogno d’amore: la violenza invisibile

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Oggi, nella giornata internazionale contro la violenza di genere, pubblichiamo un testo inedito di Lea Melandri, che uscirà in un libro collettivo di prossima pubblicazione presso la Casa editrice Ediesse (Roma), curato da Barbara Mapelli e Alessio Miceli. Il titolo è: Infiniti amori.

di Lea Melandri

Non sembra muovere particolare attenzione il fatto che la violenza maschile contro le donne nel suo aspetto più manifesto – maltrattamenti, stupri, omicidi domestici, ecc.- sia anche la più sfuggente: sono poche le donne che ne fanno denuncia, molti addirittura non la considerano ancora un crimine, alcune vittime dichiarano di amare nonostante tutto il loro aggressore. (1)
Ora, è vero che non si uccide per amore, ma l’amore c’entra, dal momento che a uccidere le donne sono quasi sempre uomini a loro legati da rapporti intimi: mariti, amanti, padri, fratelli. Stando al dibattito in corso in Italia, è sicuramente una conquista del femminismo aver fatto riconoscere che non si tratta della patologia del singolo e neppure di culture straniere arretrate, ma che va interrogata la ‘normalità’, comportamenti e valori che passano come ‘naturali’ e perciò scontati. Difficile tuttavia fare un passo ulteriore: dire che la storia, la civiltà che abbiamo ereditato ha visto un sesso prevalere sull’altro, imporre un dominio del tutto singolare, perché passa attraverso la vita intima.