Sotto il mirrorball: una storia della disco music

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di Simone Bachechi

Quando la disco music spopolava nelle sale da ballo di tutto il pianeta, nei secondi anni 80, chi scrive era ancora bambino. Il boom della disco c’era già stato e in ogni caso quel bambino, allora adolescente, aveva fatto suo lo slogan “Grazie a Dio è venerdì”, come il titolo del film del 1978 prodotto da Neil Bogart, uno dei mostri sacri della disco music, il produttore della Casablanca Records, casa discografica che ha allevato tanti dei cavalli di razza del genere, film che parla proprio di disco music. Quell’adolescente a quel tempo non aspettava altro che scatenarsi in discoteca, pur avendo ascoltato come primo disco in assoluto pochi anni prima “Dressed to Kill” dei Kiss ed essendosi lasciato contagiare dal glam rock, mentre successivamente andrà in fissa per The Smiths e farà da lì in avanti suo l’inno della band capitanata di Morrissey quando in Panic del 1986 canterà  “burn down the disco, hang the blessed DJ”, scatenando le polemiche di chi vedeva in questo brano un attacco di tipo razzistico verso la musica black, vera fonte di ispirazione del fenomeno disco.

Con il nastro rosa: un viaggio nella musica di Lucio Battisti

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di Simone Bachechi

Ancora ricorrenze. Non sono mai troppe quando si parla di un gigante, sia esso della letteratura, della musica, dell’arte tout court. La collana Songs ideata e creata da Donato Zoppo insieme alla piccola e intraprendente casa editrice campana GM Press sforna a distanza di pochi mesi dal suo esordio con Something, il 1969 dei Beatles e una canzone leggendaria, un altro volume, che segue la stessa ratio e intenti: quella di raccontare la storia di gruppi e artisti approfittando degli anniversari di canzoni amate.

Antonio Pizzuto, ritratto di un irregolare

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Photo by Peter Lewicki on Unsplash

di Simone Bachechi

Accingersi a scrivere un articolo, una recensione o un qualsiasi tipo di nota critica su qualcosa di Antonio Pizzuto, (1893-1976), cercando magari in questo modo di riscattarlo dall’oblio letterario nel quale è stato da anni confinato, può apparire opera improba. I suoi testi magmatici, oscuri, ermetici, il suo stile del tutto inedito, impervio a ogni convezione, certamente non aiuta, e se un articolo deve riuscire in qualche modo a decodificare il segno, le invarianze e la specificità della parola, materia prima di un testo e tutte le specole del suo linguaggio, nel caso in questione un tale tentativo può essere destinato al fallimento, perché parlandone in qualche modo si rischia di far svanire l’incanto, un po’ come è accaduto a Orfeo che fa dissolvere in una nuvola d’aria l’amata Euridice, voltandosi poco prima che questa vedesse la luce uscendo dall’Ade, come gli era stato prescritto di non fare.

Il fascino senza tempo di “Something” nei cinquant’anni di Abbey Road

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di Simone Bachechi

Piccoli editori crescono e cercano nuove strade e sbocchi negli impervi percorsi e nel mare magnum dell’editoria, piccola, media o grande che sia, già di per sé quello dell’editoria settore economico di nicchia, almeno nel nostro paese, al cui interno l’editoria musicale riveste un ruolo ancor più di nicchia. Da prendere quindi con grande curiosità e rispetto la coraggiosa intrapresa di una piccola casa editrice del Sud come quella della GM Press, che traendo spunto da un leggendario brano dei Beatles, nel cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione all’interno di Abbey Road – il loro ultimo album – gli dedica un breve ma intenso saggio, il primo seguendo la ratio della collana “songs” che lo ospita e che dovrebbe portare ad altre pubblicazioni dello stesso tenore.

Battisti, il nostro caro Lucio

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di Simone Bachechi

Metà  di giugno 1970. Giulio Rapetti (in arte Mogol) è riuscito a convincere il “suo” Lucio a intraprendere una cavalcata attraverso l’Italia, da Milano a Roma. Progetto poetico e affascinante del quale la stampa che già stringe nella morsa il duo più noto della canzone italiana darà conto. Lo stesso Lucio ne scriverà. Un progetto, quello della cavalcata, che lungi da essere uno strumento promozionale, il duo Battisti-Mogol aveva già scardinato le porte del successo, è anche una sorta di manifesto ecologista che per certi versi assomiglia ad altre imprese letterarie e artistiche. Anche se con diverse sfumature, viene in mente il Viaggio in Italia di Piovene o il reportage di Pasolini su è giù per la penisola che è Comizi d’amore.

I Radiohead e il crepuscolo del rock

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di Simone Bachechi

14 giugno 2017, Firenze, Visarno Arena, un ex ippodromo. Dopo otto ore sotto il sole cocente ho ritenuto di essermi meritato la quarta fila davanti al palco-astronave del A Moon shaped pool tour, per l’inizio del concerto del gruppo musicale che ho visto in quella serata per la seconda volta, ventitré anni di distanza dall’ultima, quando era il 1994 e si esibirono da semisconosciuta band “indie” all’Auditorium Flog davanti a duecento persone. Adesso invece saranno state almeno cinquantamila.

Ripescaggi: “Vita di Carmelo Bene”

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di Simone Bachechi

Una biografia su chi come Carmelo Bene, provandolo a esprimere con il suo linguaggio, si auto-s-profetizza come il vate dell’oblio, del non essere e dell’abbandono, può sembrare un ossimoro. Per chiunque voglia avvicinarsi al genio di Campi Salentina, in ogni caso a una personalità che rimarrà nella storia del teatro nei secoli, ma si potrebbe dire anche della letteratura, del cinema e dell’arte tout court, la “Vita di Carmelo Bene” – edita da Bompiani – può essere una valida guida e non solo come può fare una comune biografia d’artista, ma come vera e propria opera letteraria compiuta, in ossequio alla sua stessa idea dell’artista “capolavoro”.

L’America di Ebbing, Missouri

Swing and a Diss: Mildred (Frances McDormand) and Willoughby (Woody Harrelson) discuss Mildred's Burma-Shave-inspired quest for justice in Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

di Simone Bachechi (Questo pezzo contiene spoiler.)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è film dalle atmosfere coeniane, i cineasti che hanno diretto la (bravissima) Frances McDormand in opere come Fargo, dove la stessa interpreta il ruolo dello sceriffo.

Ma qui, è lei a chiedere giustizia. Perché in questo film dallo humour nero, tra i favoriti nella corsa agli Oscar, firmato da Martin McDonagh, la protagonista Mildred (Frances McDormand, appunto), interpreta una madre divorata dai sensi di colpa, alla quale è stata brutalmente uccisa la figlia.