Il banco nazionale

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di Simone di Biasio

Una quindicina di anni fa, al quarto anno di un liceo di provincia, con i compagni di classe decidemmo, nel breve intervallo che separa la fine di una materia dall’inizio dell’altra, di giocare un tiro alla prof d’inglese. Due di noi spostarono così la cattedra in fondo all’aula e altri sostituirono quello spazio vuoto con uno dei nostri banchi.

Frustare il mare

Serse Roma

di Simone di Biasio

Duemilacinquecento anni fa il re persiano Serse vuole vendicare la sconfitta del padre Dario a Maratona di dieci anni prima e riprova a portare guerra ai Greci. C’è un ostacolo fisico da superare, ed è lo stretto dei Dardanelli. Si sa: quando si dice stretto, si dice ponte. Ma non sempre dice bene. Serse osserva il mare, le due rive, l’Ellesponto: non vede il problema, guarda alla soluzione. Neanche il tempo di inaugurare che una violenta tempesta marina vanifica tutto il lavoro fatto, tutto cancellato, come un segno sulla sabbia.

La quercia elettrica

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di Simone di Biasio

Nella seconda metà degli Anni Settanta Tinker Hatfield era uno studente di architettura, un atleta di salto con l’asta e un disegnatore americano: queste tre disposizioni, mixate insieme, diedero forma a dei prototipi di scarpa sportiva e, per Hatfield in particolare, anche al suo futuro lavoro; di lì a poco sarebbe infatti diventato uno dei più noti designer di scarpe a marchio Nike. Sarà ricordato per diverse innovazioni, ma tra queste spicca il progetto E.A.R.L. (electro adaptive reactive lacing), l’allacciamento elettrico autoadattante.

Osservando i piedi dei cestisti, Hatfield notò che questi indossavano scarpe con lacci sempre molto stretti, spesso troppo, e nel giro di dieci anni i piedi di questi sportivi risultavano notevolmente compromessi.

Entrare in uno spermercato tra cinquant’anni

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Pubblichiamo l’introduzione di Simone di Biasio al libro Ginecocrazia di Alessandro Dall’Oglio, uscito per Ensemble.

di Simone di Biasio

Nel 396 a. C., secondo lo storico Plutarco, i Galli erano giunti alle porte di Roma. L’episodio è arcinoto: tentando un assalto notturno, destarono le oche del Campidoglio, i cui fragorosi starnazzi risvegliarono l’ex-console Manlio, permettendogli così di dare l’allarme e allontanare il pericolo degli uomini capitanati da Brenno.

Sulla cittadella del Campidoglio fu allora edificato un tempio alla Dea Giunone, ritenuta responsabile della reazione salvifica degli animali, e alla sposa di Giove fu affibbiato l’appellativo di “ammonitrice”, cioè “colei che avverte”, da cui deriva il più noto “Giunone Moneta”, dal verbo “monéo” che significa, appunto, ammonire.

Nel paese della tempesta selvaggia

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di Simone di Biasio

Cos’è che ci muove al pianto in questa “Tempesta”? Quale incantesimo ci tiene cogli occhi spalancati sprofondati sulla poltrona a seguire gli sviluppi di nient’altro che un esercizio di magia, di immaginazione? La ragazza con il cappotto rosso ha appena assistito alla messa in scena dell’opera shakespeariana al Teatro Eliseo di Roma: prima di alzarsi per lasciare la platea, riunisce il viso dentro le sue mani, si china verso le gambe, i suoi ricci sipario alla commozione («Spalanca il frangiato / sipario dei tuoi occhi»[1], Prospero a Miranda).

Quello che non si comprende vale più di quanto si pensa di aver capito. Viene il dubbio che, sulla scia della fiction prosperiana, non sia finzione anche la credenza che il fratello del duca di Milano ne usurpi il trono, se non sia solo una prosperiana congettura figlia del ritiro del vero duca dal regno di corte al regno di carta dei suoi libri, del suo sapere, della sua fantasia. Miranda è letteralmente, letterariamente rapita dal racconto di suo padre, padrelingua, padre cantastorie: lei stessa non sa se ciò cui Prospero accenna sia vero, verosimile, falso, immaginato, pensato, creduto, naufragato, approdato. Ma lo com-prende.

Endimione, o dell’osservare dormienti

di Simone di Biasio

Nel maggio del 1819 Antonio Canova è a Roma, vive in via delle Colonnette e ha già scolpito opere destinate a renderlo immortale: “Amore e Psiche” e la “Maddalena penitente”, su tutte. Il Duca di Devonshire William Cavendish gli ordina una scultura, ma non predilige alcun soggetto specifico: piena libertà espressiva. La leggenda vuole che, nella sua casa studio, Canova amasse far entrare ospiti soprattutto al calar del sole, quando per accendere il bianco dei marmi bastava la fiammella di una candela, che anzi esaltava le linee, le forme, le curve, in quel contrasto di poca luce scolpita nel grande buio.

Non fermate l’hate speech sulla poesia

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«Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana». Se non svelassi l’autore, la constatazione sembrerebbe scritta domani, e farebbe anche parecchio sorridere. Però una paresi mista a mestizia ci prende scoprendo che a scriverla fu Giacomo Leopardi, mentre studiava le lingue, le stelle e l’infinito.