Simone Carella e il teatro del Tremila

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E alla fine se n’è andato, Simone Carella. A guardarlo lì, smagrito nel letto di un ospedale di Roma, non sembrava più lui, finché gli occhi un po’ spersi si facevano di nuovo attenti e ti guardava. E allora eccolo di nuovo lì, a fare capolino da una faccia scavata che non sembrava la sua, e a dire, senza riuscire davvero a parlare, con quella noncuranza sorniona che lo contraddistingueva, “Oggi non va, ci vediamo domani”.

E come fare, adesso, a raccontarlo Simone Carella? A raccontare le tante incarnazioni che ha avuto? Regista, artista sperimentale, organizzatore, agitatore culturale. Sempre in movimento eppure sempre legato a quella Roma che, se ancora vale la pena, è anche per l’impronta lasciata da gente come lui. Gente curiosa, attenta, gente per cui il gesto artistico è sempre legato agli altri, al teatro inteso come “noi” prima che come “io”. Persone che aprono spazi dove provare, sbagliare, ricominciare, spazi dove sentirsi a casa. C’è n’è sempre meno di quella gente. Oggi, con la scomparsa di Simone, c’è n’è drammaticamente ancora meno.