Simone Weil in due nuovi libri

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La matematica costituì un campo di riflessione importante per Simone Weil. La filosofa è cresciuta con il fratello André, di tre anni più grande, che fin da ragazzo dimostrò una stupefacente familiarità con la matematica, tanto che diventò uno dei grandi di questa scienza (si veda il vertiginoso Teoria dei numeri o il più personale Ricordi di un apprendistato), e tale legame fraterno rimase intatto per tutta la vita perché, seppure ovviamente dissimili per personalità e impressioni sul mondo, i due restarono uniti sino alla tragica morte della sorella.

Il potere secondo Simone Weil

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La casa editrice Chiarelettere, nella sua collana Biblioteca Chiarelettere, dopo la riproposizione di libri importanti quali La scuola della disobbedienza di Don Lorenzo Milani o La vita è bella di Leon Trotsky, ripubblica alcuni testi di Simone Weil sotto l’emblematico titolo Il libro del potere. La raccolta, curata e introdotta da Mauro Bonazzi, accoglie al suo interno tre testi che segnano con forza l’itinerario del pensiero della filosofa francese: Iliade o il poema della forza, Non ricominciamo la guerra di Troia e L’ispirazione occitana.

Questi tre testi, accomunati dalla ripresa di temi e vicende dell’antichità, da Omero alla Grecia classica fino all’età del Cristianesimo eretico, vivono tutti della stessa forza, quella di un radicalismo che è condizione necessaria e fondamentale per dare un senso alla propria esistenza. Esempio lampante di questo radicalismo che regola anche il vivere quotidiano, è il famoso episodio biografico che vede Weil lavorare in fabbrica, colpendo la sua già fragile salute, per capire il mondo operaio e poter scrivere un testo realmente aderente alla realtà, La condizione operaia, dove scriverà: «solo là si conosce che cos’è la fraternità umana. Ma ce n’è poca, pochissima. Quasi sempre le relazioni, anche tra compagni, riflettono la durezza che, là dentro, domina su tutto».

87 ore di misericordia

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Questo pezzo è uscito su Misericordia, l’ultimo numero di Nuovi Argomenti. Tra i testi presenti, il diario di Enzo Bianchi e la sezione tematica curata da Chiara Valerio e Leonardo Colombati.

di Costanza Quatriglio

C’è una componente istintiva nel trovare il proprio posto, nel sapere dove mettersi, da quale punto di vista sciogliere ogni sforzo d’attenzione. Quando poi l’istinto si fa scelta, l’osservazione svela il suo aspetto politico, perché riguarda questo mondo e non un altro in cui la misericordia avvicina l’uomo a Dio. La misericordia avvicina l’uomo all’uomo, chi non soffre a chi soffre. Ecco perché Francesco Mastrogiovanni, nelle immagini delle videocamere di sorveglianza, è la massima espressione dell’altro che soffre; ecco perché la sua morte è connaturata allo sguardo di quelle videocamere. Ecco perché, più semplicemente, se Mastrogiovanni fosse stato guardato diversamente, oggi sarebbe vivo.

La sfida, nella realizzazione di 87 ore (1), è stata quella di assumere un punto di vista che allontani anziché avvicinare, che esprima, attraverso l’allontanamento, l’impossibilità di uno sguardo alternativo, costringendoci a stare dentro una realtà che esiste solo in quanto rappresentata attraverso un occhio che reifica ciò che filma al pari della contenzione meccanica effettuata ininterrottamente sul corpo di Francesco.

Enrico Filippini. La grande cura di verità

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Questo articolo è uscito sul numero 65 di Nuova Prosa, nuova serie, a cura di Giacomo Raccis, dedicato ai «Maestri ritrovati». (Nella foto, da sinistra: Giangiacomo Feltrinelli, Uwe Johnson e Enrico Filippini. Fonte immagine)

Questo che racconto

Questo che racconto secondo la mia esperienza di lettore, attraverso quello che mi ha emozionato cioè, e innanzitutto, è il caso di un autore che non è proprio un autore e di un libro che non è proprio il suo libro.

Non è neanche, almeno tecnicamente, il caso di un autore italiano, nonostante abbia vissuto a Milano e a Roma, e nonostante nell’italiano abbia trovato, si può dire, una seconda più vera patria.

Le scarpe rotte di Angela Zucconi (1914-2014)

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(Nella foto: Adriano Olivetti, Bobi Bazlen e Angela Zucconi. Ringraziamo la Fondazione Adriano Olivetti per la gentile concessione.)

Quando Angela Zucconi è morta, il 17 novembre del 2000, da pochi giorni era stata pubblicata, per l’editore L’ancora del Mediterraneo di Napoli, la sua autobiografia: Cinquant’anni nell’utopia, il resto nell’aldilà. Il titolo, la Zucconi, lo aveva preso in prestito da un’idea di Emilio Sereni per un convegno del 1946: L’utopia di oggi sarà la politica di domani. Protagonista della ricostruzione repubblicana, non a caso aveva voluto scegliere proprio quello slogan, così datato, per parlare di sé, e di una vita che era proseguita ben aldilà di quegli anni: perché allora, nell’immediato dopoguerra, con Sereni come con Manlio Rossi Doria, Adriano Olivetti, Guido Calogero, Angela Zucconi aveva inseguito, nel segno di questa utopia, la strada dell’impegno sociale, in costante dialogo con quella fede cattolica, che faceva rispuntare nel titolo della sua autobiografia come casualmente e, comunque, a libro (e vita) conclusi, nel segno di una autrice a lei vicinissima, Simone Weil: “Il Signore è vicino a chi lo cerca”, scriveva, “Dio non si occupa della storia. Lascia all’Homo faber il compito di fare e disfare”.

Doppio Barnes

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Pubblichiamo due recensioni di Livelli di vita di Julian Barnes (Einaudi) che hanno dei punti in comune: una di Chiara Valerio uscita sull’Unità e una di Francesco Longo uscita su Europa.

di Chiara Valerio

«Nella prima parte della vita, il mondo si divide grossolanamente tra chi ha già fatto sesso e chi no. Più avanti, tra chi ha conosciuto l’amore e chi no. Più tardi ancora – se si è fortunati almeno (o forse sfortunati, in realtà) – si divide tra chi ha vissuto il dolore e chi no. Si tratta di differenze assolute; di tropici che attraversiamo». Livelli di vita di Julian Barnes racconta la storia di un incontro d’amore, in tre passi. Il primo è un innamoramento, e gli innamoramenti – che sono tutti uguali -, consentono di raccontare le proprie passioni e i propri colpi di testa o di reni attraverso quelli degli altri, e così, Barnes comincia con Fred Burnaby, colonnello e viaggiatore e Sarah Bernhard, attrice e attrice. «Di lí a poco venne a piovere; l’attrice, famosa per la figura snella, rassicurò i presenti dicendo di essere troppo sottile per temere la pioggia; sarebbe semplicemente passata fra una goccia e l’altra». Inoltre, il colonnello Burnaby ha il volo e Sarah Bernhard il desiderio di volare, e dunque il principio di seduzione, la scintilla, è il dare che seduce chi riceve, anche se non voleranno mai.

Simone Weil è il più grande filosofo del Novecento

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Il 3 febbraio del 1909 nasceva a Parigi Simone Weil. Pubblichiamo un articolo di Alfonso Berardinelli apparso sul Foglio e vi invitiamo a leggere un pezzo di Nicola Lagioia uscito su Orwell e su minima&moralia nel 2012.

di Alfonso Berardinelli

Qualche mese fa un giovane critico letterario, piuttosto polemico con le mie opinioni sia politiche che culturali (secondo lui indecifrabili, se non aberranti), mi ha chiesto in conclusione qual è, secondo me, il maggiore filosofo del Novecento. Non ho dovuto riflettere molto per rispondere: Simone Weil. Questa risposta, pur essendo accolta come un’ulteriore provocazione, sembrava anche offrire finalmente un chiarimento: perché certo Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla, non rimanda alle culture dominanti nel Novecento o le respinge, tiene insieme, non per moderatismo, ma per radicalismo, politica e religione, etica e gnoseologia: e quindi, soprattutto, non viene letta, esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari. La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario. Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

Nei quartieri impenetrabili di Marsiglia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Marsiglia. Verso l’una di notte, Cours d’Estienne d’Orves, dalle parti del Vecchio Porto, diventa un turbine di piume. “Ci avrebbero potuto riempire cuscini per tutte le cités“. Il ragazzo davanti al bar Marengo se la ride, mentre nel cielo senza stelle, sospesi su invisibili fili, angeli bianchi danzano, spargendo tonnellate di piume. Una specie di nevicata immensa per inaugurare la capitale della cultura 2013. “Mais c’est Marseille”. È Marsiglia, questa – ripete lui. Come dire: cosa dovremmo farci? Commenti del genere li potreste sentire ovunque, in questi giorni. Un’autoironia che sconfina nel cinismo è tipica dei marsigliesi. La battuta sulle cités, invece, è abbastanza unica. Di questi quartieri impenetrabili non si parla volentieri. Eppoi nessuno ama i luoghi comuni di cui abbonda la storia recente dei palazzoni che crebbero come funghi quando la città subì una delle più sproporzionate “invasioni” migratorie: quella dei pieds noir, i coloni in fuga dall’Algeria dopo la sconfitta del ’62. Agglomerati abitativi squallidi e freddi, le cités oggi appaiono come zone franche, interdette alle forze dell’ordine, dominate da piccoli e grandi clan che si spartiscono il traffico di droga, oasi dove la criminalità più comune affonda radici nella miseria, mentre l’estremismo filoislamico alligna nell’odio di classe. Un intreccio da tragedia che negli ultimi anni ha lanciato una nuova immagine della criminalità marsigliese, ben lontana da quella ormai romanzesca del cosiddetto milieu di gangster e affaristi che dominò nel Novecento.

Su Grillo e Simone Weil

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Questo articolo è uscito su Orwell nel novembre scorso.

Su Grillo e Simone Weil
ovvero alcune considerazioni sul vincolo di mandato imposto ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle

All’indomani delle elezioni siciliane che hanno sancito un clamoroso successo del Movimento 5 stelle anche a Sud, e un ecatombe di voti per tutti gli altri partiti, Beppe Grillo consigliava sul suo sito la lettura di un vecchio testo di Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, recentemente riedito da Castelvecchi.

Cosa c’entrano Grillo e Casaleggio con questa solitaria pensatrice radicale, scomparsa giovanissima nel 1943? Probabilmente niente, eppure è curioso che in coda al post in cui si è prontamente affrettato a definire dall’alto le regole della selezione dei futuri candidati del Movimento 5 stelle al Parlamento, auto-nominandosi allo stesso tempo “capo politico” e “garante”, capace di “essere a garanzia di controllare, vedere chi entra…”, il guru trionfante abbia rimandato a questo saggio della Weil, il cui rinato successo editoriale (dovuto a un titolo percepito immediatamente come “anti-casta”) è direttamente proporzionale al suo fraintendimento. Basta rileggere le poche decine di pagine della Weil (e i testi di André Breton e Alain che le accompagnano nella edizione Castelvecchi) per scoprire immediatamente il bluff.

L’Iliade e le vite parallele di due donne in fuga dall’orrore

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Venerdì. (Immagine: Simone Weil.)

Settant’anni fa, in questi giorni, due intellettuali ebree che hanno molto in comune si dividono per sempre. Hanno rispettivamente quarantasette e trentatré anni: la prima si chiama Rachel Bespaloff, è nata a Kiev, è cresciuta a Ginevra studiando musica, infine si è trasferita in Francia dove i suoi interessi filosofici sono definitivamente emersi; l’altra si chiama Simone Weil, ha vissuto gran parte della sua vita a Parigi dove è nata e ha già scritto la massima parte di un’opera destinata a grande posterità. Schiacciate dall’Europa in fiamme, entrambe sono sbarcate nell’estate a New York con due navi attese per mesi a Marsiglia. La Weil però riparte subito: ha deciso di raggiungere la resistenza francese in Inghilterra e si è imbarcata di nuovo, nonappena ha avuto la certezza che i genitori si sono perfettamente stabiliti. E se non ha avuto parole di saluto per Rachel Bespaloff la ragione è semplice: non la conosce. Non si sono mai incontrate, finora, e non si incontreranno mai.

Un destino che a noi oggi appare beffardo. Perché rarissimi sono i casi di due percorsi così casualmente paralleli. Mentre, infatti, a inizio 1942 cominciano a aspettare una nave che possa portarle lontane dalla Francia occupata, Simone Weil e Rachel Bespaloff, benché si ignorino e non sappiano nulla l’una dell’altra, hanno alle spalle un lavoro parallelo che a riguardarlo con il senno del poi sembra manovrato da un abile burattinaio. Entrambe hanno speso mesi e mesi a rileggere e studiare il poema che è all’origine della letteratura occidentale, l’Iliade, per poi scrivere su di esso due saggi zeppi di riferimenti al mondo con cui stanno facendo i conti. Ne sono uscite due perle di letteratura.