L’estasi dell’influenza

ognicosa

di Francesco Guglieri

Questa settimana ho percorso quarantaquattro chilometri a piedi per la bellezza di 61.470 passi.

A volte mi chiedo se è lo spirito del tempo a dare forma alle nostre ossessioni o se, al contrario, sono le nostre ossessioni (da cui i desideri, da cui i bisogni, da cui le merci) a definire lo spirito del tempo. Me lo chiedevo piuttosto oziosamente quando la settimana scorsa ho iniziato a usare un programmino: un’app per l’iPhone che tiene traccia dei miei tragitti, del tempo e dello spazio percorso, con tanto di conteggio dei passi. Non mi considero una persona particolarmente ossessivo-compulsiva, al contrario, ma ammetto che ho sempre subìto il fascino degli elenchi, delle liste, degli archivi personali: le città visitate, i ristoranti in cui ho mangiato, i film visti e, soprattutto, i libri letti. Di fatto poi, proprio perché non sono un autentico ossessivo compulsivo, quando iniziavo a tenere questi diari in forma di elenco di solito smettevo di farlo dopo pochi giorni o un paio di titoli segnati. Il mal d’archivio, come sa bene Derrida, è una patologia della memoria, e cioè dell’identità: come se, facendo un elenco dei libri letti, ad esempio, potesse emergere un autoritratto fedele di me, qualcuno, un avatar, un doppio, che potesse dirmi chi sono, dal momento che io no, non lo so chi sono. Un qualcosa che ricordasse al posto mio ciò che ero stato, anche se solo attraverso la memoria di ciò che per definizione non sono io: oggetti, cose, scritture.

Appunti di lettura su “Zoo a due”

niki_kelce

di Stefano Zangrando

Questa non è una recensione, con quelle ho smesso. È qualcosa di più personale: il resoconto di una lettura, forse un post, non so, non è importante. Il libro è Zoo a due di Marino Magliani e Giacomo Sartori, uscito di recente per Perdisa Pop con una prefazione di Beppe Sebaste.

I protagonisti e per lo più anche narratori di questi racconti, brevi i quattordici di Sartori, lunghi i due di Magliani, sono animali. All’inizio della prefazione Sebaste cita alla svelta alcuni fra i più importanti autori di riferimento della letteratura occidentale in fatto di animali, per poi soffermarsi su un testo di un giovane americano contemporaneo di cui in Italia non è tradotto nulla. Segue la prefazione vera e propria, in cui Sebaste, come farebbe qualunque altro autore al posto suo, si appropria del libro in questione, cioè lo sebastizza («Errare. Ecco, questo libro […] è anche un trattato di nomadismo»). Seguono le notazioni di prammatica sul testo, un po’ fumose quelle su Sartori, più pertinenti nel caso di Magliani, per il quale Sebaste tradisce una certa predilezione. La prefazione si conclude con una «dedica» che non è una dedica, ma una citazione da Bob Dylan. Questo per quanto riguarda Sebaste.