Quel genio di Sòcrates

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Dal nostro archivio, un pezzo di Gabriele Santoro apparso su minima&moralia il 16 maggio 2014.

Ai dirigenti del Botafogo, che gli proposero il primo contratto professionistico, rispose senza tentennamenti: «Voglio diventare un medico, e fare la mia parte per un Brasile democratico». Lo stipendio era funzionale al pagamento dell’università, e si laureò. Quel ragazzino, alto e magro, illuminava il gioco del calcio, che era una questione di ribellione, allegria, passione e fratellanza. Il gioco degli inglesi reinventato come attività artistica. Disegnava, con il pensiero e poi con il piede, traiettorie inimmaginabili per gli altri; dotato di un’intelligenza e una coscienza critica fuori dal comune. Leggeva, e amava, i grandi pensatori e filosofi greci quanto le opere di Jorge Amado e Gabriel Garcia Marquez. «Dovrebbe giocare di schiena con quel tacco che ha», sosteneva Pelé. Lui: «Colpivo la palla di tacco per farvi innamorare, mai un colpo inutile perché la bellezza è un bene necessario».

Il Miracolo dell’85. Il Verona di Osvaldo Bagnoli

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Trent’anni fa, il 12 maggio del 1985, il Verona vinse il suo primo (e finora unico) scudetto, laureandosi campione d’Italia. Di quella squadra e del suo allenatore, Osvaldo Bagnoli, ha scritto ieri Gianni Mura su Repubblica. Ecco l’articolo, e ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

Quello scudetto, bellissimo e irripetibile, basterebbe una frase di Fanna a spiegarlo: “Con Bagnoli ci siamo sentiti come uccelli fuori dalla gabbia”. Per capire Bagnoli basterebbe un episodio. Nel marzo 1985, con il Verona in testa alla classifica fin dalla prima partita. L’Associazione allenatori organizzò un convegno sul tema “Evoluzione tattica del calcio mondiale”. C’erano tutti, da Trapattoni a Sonetti. Bagnoli, figuriamoci, in penultima fila. A un certo punto lo chiana il coordinatore, Marino Bartoletti, per illustrare il fenomeno-Verona. Bagnoli sale sul palco, si tocca il naso (fa sempre così quando è incerto sull’avvio) e dice: “Ecco, adesso mi tocca fare la figura dello stupido perché non c’è niente da spiegare. Dico solo una cosa: il Verona gioca un calcio tradizionale, che noi facciamo pressing lo leggo sui giornali. Io in campo non l’ho mai notato. Scusate, ma mi chiedete una ricetta che non ho”.

Raccontare Sócrates: intervista a Lorenzo Iervolino

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Questa intervista è uscita su Il Mucchio.

Magrão, O doutor da bola, Il tacco di Dio. E poi O Bruxo, lo stregone, perché da medico faceva delle diagnosi molto precise, e perché gli piaceva fare delle profezie; molte le azzeccava… se avrà indovinato anche il vincitore di Brasile 2014, lo scopriremo a breve. Sócrates, scomparso nel dicembre del 2011, è stato molto più di un calciatore: davvero. Lorenzo Iervolino, narratore, membro del collettivo «TerraNullius», ha raccontato la sua storia in un libro, Un giorno triste così felice, che va oltre la semplice biografia, ricco di voci, colori – palpitante di vita e di impegno. C’è il Sócrates calciatore e attivista politico, c’è l’esperienza della Democrazia corinthiana, ma anche l’uomo che è stato.

In una delle sue profezie, O Magrão  descrisse la sua morte: di domenica, con il Corinthians campione. Andò così. Quel giorno, prima della partita, i giocatori alzarono il pugno al cielo, per ricordarlo… riguardare il filmato di quella giornata mette i brividi. 

Joseph Anthony Barton: A Working Class Anti-Hero

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Questo pezzo è uscito su Vice.

“To be great is to be misunderstood”

Oscar Wilde @Wit_of_Wilde

Ritwittato da Joseph Barton 

Da quando è a Marsiglia, Joey Barton si comporta bene. Ha giocato tre partite in campionato e cinque in Europa League. Un’entrata durissima all’esordio in Ligue 1 contro il Lille e un missile da 25 metri che ha sfiorato il palo. Un gol (direttamente da calcio d’angolo) contro il Borussia M’Gadblach e due assist contro il Brest. In una video-chat per il sito dell’O.M. Un tifoso ha chiesto a Barton se lui può essere per la Francia quello che Cantona è stato per l’Inghilterra. Entrambi, in effetti, hanno dovuto abbandonare il calcio del loro paese per motivi disciplinari, ma il percorso inverso dei due ci dice che il talento di Cantona lo ha portato in un campionato più competitivo e fisico, quello di Barton in un campionato secondario in cui a trent’anni potesse fare la differenza che in Inghilterra ha raramente fatto. Se Cantona era un caso limite di calciatore ribelle, Joey Barton è qualche chilometro più lontano oltre il limite della morale comune. Quello che hanno in comune Cantona e Barton, però, è che tutti e due possono essere inseriti nel filone narrativo dei grandi personaggi in conflitto tra natura e cambiamento. Perseguitati dal passato che torna, potrei dire, scusandomi per la retorica.