La stanza profonda

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È appena uscito in libreria per Laterza La stanza profonda, il nuovo romanzo di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dal primo capitolo.

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… In quella, bussano. Due cazzotti, più che due colpi di nocche, sul portone.
Guardi il cellulare, in effetti sono già le quattro del pomeriggio. Apri.
Oi master.
Ciao Bollo, dici, poi ti blocchi. Accanto a lui, al vecchio Bollo che entra a colpo sicuro, lui stesso di nuovo e subito parte della stanza, un bambino. Tiene il cellulare a due mani, in orizzontale, di certo per un videogame. Capelli rossi, otto o nove anni. Davvero non sai nulla del Bollo da tutto questo tempo?
Ma…
Cosa c’è?
Chi è questo marmocchio?

Muro di casse

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Sabato 16 maggio alle 15 debutterà al Salone Internazionale del Libro di Torino la nuova collana Solaris di Laterza, con i quattro titoli Sottofondo italiano di Giorgio Falco, Stato di minorità di Daniele Giglioli, I destini generali di Guido Mazzoni e Muro di casse di Vanni Santoni. Presentiamo un estratto da quest’ultimo.

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Avevi un tempo una ragazza a Brighton. Vi eravate conosciuti a una festa; a volte veniva a trovarti, altre andavi su da lei. Quando eri là, spesso andavate a ballare, occasioni in cui lei e la sua compagnia mandavano giù quantità sorprendenti di pasticche, ma ancora più frequenti erano le serate in casa a bere, nelle quali era popolare uno scherzo ai danni del primo che si addormentava ubriaco in poltrona o sul divano: per prima cosa se ne testava la reattività dandogli piccoli schiaffi o scrivendogli sulla fronte con un pennarello; appurata la non reversibilità del suo stato, gli si mettevano addosso un paio di coperte, lo si caricava su un furgone con poltrona e tutto, lo si portava in un campo fuori città e lo si mollava lì ad aspettare l’alba.

Tre gocce

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Questo racconto è uscito su Urania 451, il numero 68 di Nuovi Argomenti dedicato alla fantascienza e curato da Carlo Mazza Galanti.

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Il modo in cui muoiono è curioso. Dico, come muoiono quando li prendi bene, pieni. Si accartocciano e fanno una specie di rosa (chi è che diceva che una rosa è una rosa?) che poi scompare su se stessa e quasi sempre lascia cadere una goccia iridescente. Quando ero piccolo, a casa, quanto sembra lontano, mia nonna mi mostrava sempre un trucco, prendevamo gli opilioni, che tutti pensano siano ragni ma ragni non sono, e tenendoli per le zampe gli dicevamo di regalarci una goccia di acqua santa, e se era santo quel qualcosa che un aracnide lussato, terrorizzato, cagava fuori, figuriamoci quel che emettono morendo questi elfi della macchina, ehi lo so che non dovrei dirlo, che è vietato dal regolamento chiamarli così, ma tra chi viene assegnato ai settori esterni i film su McKenna girano, è inevitabile… A volte, quando facevi il trucco dell’acqua santa ti rimaneva pure in mano una zampa, ma a ripensarci è probabile che fosse autotomia, il fatto che anche staccata si muovesse era di certo un decoy per i predatori, le abbiamo pure noi, le versioni di noi stessi proiettabili, quelle gonfiabili, parlanti, con le lucette… Anche qui, quando rimane qualcosa in più di una goccia, un petalo di rosa, quello che è, vibra tutto, genera caleidoscopie, salvo che non c’è più nessuno da proteggere, cosa vuoi sviare se ti ho già fatto fuori? ma in ogni caso meglio non guardare, meglio obliterare pure il petalo, la goccia, la minuscola pozza; le regole d’ingaggio del resto parlano chiaro…