La quarta parete, ritornare umani

beirut

di Giacomo Giossi (fonte immagine)

Non tutti i muri servono a dividere o a tenere lontani, alcuni sono utili ad unire specie per la loro invalicabilità. Il più famoso è quello definito anche quarta parete, ossia quel muro immaginario che dal lato del palcoscenico separa gli attori dal pubblico, ma allo stesso tempo li unisce in un patto in cui la finzione è accettata e il dubbio sospeso.

La quarta parete (Keller editore, traduzione di Silvia Turato) è anche il titolo di un intenso e tragico romanzo di Sorj Chalandon in cui il protagonista, un giovane ricercatore parigino è chiamato a portare a termine dall’amico regista una rappresentazione a Beirut dell’Antigone. Siamo all’alba degli anni Ottanta, il Maggio francese è passato da poco lasciando sul terreno disillusione e un generale senso di sconfitta, in Libano invece infuria una guerra civile ed è su quel terreno che Sam un regista greco di origini ebraiche vuole rappresentare l’Antigone quale elemento sia di inclusione delle varie fazioni religiose (ad ogni religione spetterà un ruolo) sia di liberazione del conflitto.

Chiederò perdono ai sogni, un romanzo di padri e di figli

northernireland

Quel giorno Jack era bello come la collera, sostenne Tyrone. Aveva gli occhi lucidi propri delle ultime volte. Le spalle larghe portavano il peso di una radice recisa. Jack disse al padre che non l’avrebbe più potuto chiamare figlio mio. Ora era un figlio di nessuno. «Era Tyrone Meehan, mio padre. Un cazzo di eroe, sì! A Belfast nessuno più pronuncia il tuo nome». Jack, ti voglio bene, ha ripetuto l’altro fino all’ultimo sguardo.

«I bambini arrivarono urlando, lanciando i sassi sui marciapiedi e spaccando le bottiglie contro il muro: “Arrivano i poliziotti! Entrano nel quartiere!”, gridò un piccoletto in maglia da calcio. Era sporco di fuliggine e sudore. Lo fermai. Stava tremando. “Mollalo veloce!” Guardò il mattone che teneva in mano e lo lasciò cadere. “Forza, di corsa!” Torna a casa da tuo padre!” “È in galera, mio padre!”, strillò il bambino correndo via». Correva l’anno 1969. Era quasi ferragosto nel quartiere nazionalista di Bogside a Derry, quando gli estremisti protestanti e la polizia nordirlandese, la Ruc, oggi PSNI, sferrarono un nuovo attacco: cinquecento case incendiate, millecinquecento persone sfollate, nove morti, il bilancio di tre giornate di battaglia.