Sarajevo, venticinque anni dopo

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Questo pezzo è uscito su Altraeconomia, che ringraziamo.

A venticinque anni dall’inizio della guerra in Bosnia e dell’assedio di Sarajevo, creare un terreno di incontro tra le diverse memorie del conflitto è la cosa più difficile che si possa immaginare.

In un tale contesto, il teatro è forse l’unico luogo all’interno del quale è stato fatto un piccolo passo al di là dei reciproci steccati. Il MESS, il più antico festival di teatro dei Balcani, è ormai giunto alla sua 56esima edizione. Nato nel 1960 sotto la vecchia Jugoslavia, non si è arrestato neanche negli anni dell’assedio, tanto che nell’agosto del 1993 fu mandato in scena uno straordinario Aspettando Godot diretto da Susan Sontag.

Sabbie bianche: i nuovi saggi di Geoff Dyer

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Geoff Dyer eccelle come sempre nell’arte della divagazione. Vaga e divaga nei suoi libri, facendo della sua opera la diretta applicazione della celebre frase di John Lennon: “La vita è quello che ti capita mentre stai facendo altro”.

Nella sua nuova raccolta di saggi, White Sands. Experiences from the Outside World (Pantheon Books, pagg. 256, $ 25), Dyer scrive della vita che gli capita mentre in solitario o con la moglie attraversa il mondo in lungo e largo. E la vita diventa di colpo molto più interessante di luoghi e personaggi promessi nei titoli dei suoi brevi reportage di viaggio.

Amore, dolore e scrittura secondo Susan Sontag

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

«Tutto ciò che mi accade mi induce a riflettere. Riflettere è una delle cose che faccio. Se fossi stata l’unica superstite di un incidente aereo, probabilmente mi sarei interessata di storia dell’aviazione».

È il 1978 e Susan Sontag descrive in questi termini un impulso che nel suo caso non si limita a un’attitudine intellettuale, essendo prima di tutto una maniera di stare al mondo. Per la scrittrice newyorchese il 1978 è l’anno successivo a due libri fondamentali – Io, eccetera e Sulla fotografia – ed è anche il momento in cui elabora l’esperienza del cancro in un saggio, Malattia come metafora, che è «uno dei pochi testi che ho scritto con piacere e con una certa rapidità, proprio perché era strettamente connesso a ciò che accadeva ogni giorno nella mia vita».

The big carnival. L’asso del giornalismo

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“Le cattive notizie vendono, quelle buone non sono notizie”. È solo un assaggio del cinismo con cui Billy Wilder costruisce il personaggio di Charles Tatum, Kirk Douglas in Ace in the hole, L’asso nella manica.

È il 1951, Tatum è un tipo di giornalista arrogante, spregiudicato, che dopo avere scritto per le migliori testate, si ritrova nella redazione di un piccolo giornale nel nulla del deserto di Albuquerque, New Mexico, dove la cosa più eccitante è la fiera dei serpenti (spunto per una sua memorabile “lezione” di giornalismo) edove ciò che conta, almeno per il direttore del giornale, è ciò che si legge appeso al muro nel suo ufficio: Tell the truth, il motto, o meglio, il monito di chiunque faccia informazione: Dite la verità.

L’Europa in seppia di Dubravka Ugreŝić

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

A qualche anno di distanza dall’uscita di un saggio, Cultura Karaoke, che è un libro dentro a tanti libri, Dubravka Ugreŝić ha faticosamente smesso di fumare, ma ha conservato lo stesso sguardo delle sue pagine. La raccolta di riflessioni Europa in seppia (nottetempo, pp. 349, 18.50 euro) parla di un futuro che tarda ad arrivare e di un passato divelto da un montaggio cinematografico privo di emozioni e coscienza.

«Forse solo uno che crede di avere un futuro osa costruire musei», dice. Lei, croata, classe 1949, figlia di un matrimonio misto, scrittrice di romanzi e saggi, che rende un genere letterario alto, mantiene la piacevole aggressività dell’eloquio, della penna, senza smarrire i tocchi di umorismo che la contraddistinguono e l’idiosincrasia per l’etichetta di autrice in esilio.

Anna Frank: una belieber. O della Pop Shoah

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Avete presente cosa ha scritto Justin Bieber su facebook dopo la visita alla casa di Anna Frank, ad Amsterdam? Vi ricordate i manifesti pubblicitari del film Anita B dove Eichmann veniva accostato a un concorrente di X Factor? Avete mai visto la riduzione del cappottino rosso di Spielberg a artificio grafico nelle foto ricordo?

Ribaltare i luoghi comuni. I “saggi sparsi” di Leonardo Sciascia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì: ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

di Piero Melati

Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: «Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato». L’aria, l’acqua, le strade: «Scricchiolava vetrino sotto i piedi». Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica.

Ricordando Nadine Gordimer

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Il 13 luglio è morta Nadine Gordimer. La ricordiamo con un’intervista di Giuliano Battiston pubblicata su il manifesto nel 2008.

Come racconta in uno dei saggi raccolti in Vivere nell’interregno, Nadine Gordimer ha cominciato a scrivere quando aveva appena nove o dieci anni, e lo fece con “un atto senza responsabilità”. Con il passare degli anni, però, grazie all’“apparentemente esoterica speleologia del dubbio, guidata da Kafka più che da Marx”, questa scrittrice naturale – dotata della capacità di cogliere nelle vite degli altri “vapori di verità condensata” e, “come un dito che disegna su un vetro”, di scriverne la storia – ha cominciato a riconoscere la vergognosa politica razzista del governo sudafricano, e a interrogarsi sul paradosso che lega il regno dell’immaginazione creativa a quello dell’impegno sociale. Infatti, più si immergeva nel primo, “per attraversare gli abissi dell’aleatorio e assoggettarli alle parole”, e più i suoi libri si caricavano inaspettatamente di valenza politica; più si abbandonava, senza resistenza, al soggetto da cui veniva scelta – perché, come spiega, ogni scrittore è scelto dal suo tema, e non viceversa – e più la sua scrittura diventava un potente e sensibile scandaglio delle contraddizioni del Sudafrica.

Lode all’impotenza

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“Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 mi viene ogni volta, da ultima, in provvidenziale aiuto, quando prima la ragione poi l’istinto poi i muscoli involontari hanno terminato il loro lungo corso di reazioni, e io rimango afasico, abulico, sperando che questo senso di letteralmente infantile impotenza mi restituisca almeno una forma di adesione alla realtà.

Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito. Le immagini parlano da sole, si dice; ma in definitiva non è nemmeno vero: alle volte le immagini, infilate in un’homepage infastellata di commenti ai mondiali o in una timeline qualunque, non dicono nulla. I ragazzi israeliani assassinati, il ragazzo palestinese bruciato vivo, i razzi di Hamas, la ferocia idiota di Benyamin Netanyahu, l’inefficacia politica di Abu Mazen, i cento morti di quattro giorni di raid… Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale. Le analisi geopolitiche sono delle versioni aggiornate, sempre un po’ al peggio, delle analisi geopolitiche di un anno o cinque o dieci anni fa. Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo.

Quando il cinema racconta il Sud

Il-Postino

Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.