Il teatro trasformato in animazione da villaggio vacanze

don-giovanni-filippo-timi (1)

La settimana scorsa al Teatro Argentina ho visto uno degli spettacoli più belli degli ultimi anni (è andato in scena per la prima volta nel 2004 a Broadway e poi ha girato il mondo), Slava’s snow show – la compagnia di Slava è una compagnia di clown ormai leggendaria e la sua è una performance di circo contemporaneo talmente strabiliante da valere da sola l’abbonamento alla stagione.

Ieri sera sempre all’Argentina ho visto una delle patacche peggiori degli ultimi anni, il Don Giovanni messo in scena da Filippo Timi. Prodotto dal Teatro Franco Parenti, dal 2013 fa il pieno di incassi in tutta Italia ed ha raccolto una cornucopia di recensioni favorevoli se non esaltate.
Riuscire a deludere tutti i pregiudizi positivi (compresa la mia convinzione che Filippo Timi sia un artista di talento) che si portava dietro non era facile. Eppure Don Giovanni è uno spettacolo così approssimativo, mal scritto, con una recitazione così rabberciata, che si rivela alla fine non solo uno spettacolo brutto, ma un modello di spettacolo brutto, concentrando in sé tutti i peggiori difetti del teatro italiano di oggi, difetti che però paradossalmente decretano il successo del pubblico e della critica.

È finito il Valle?

valle-occupato

Il Teatro Valle ha convocato per oggi alle ore 12.00 una conferenza stampa e per le ore 17.00 un’assemblea pubblica per discutere sul destino molto molto complicato del teatro.

Dicono che sgomberano il Valle. Dicono fra tre giorni. Dicono che invece no, è in atto una mediazione e si arriverà a un risultato. Comunque vada l’esperienza del Teatro Valle occupato – per ciò che è stata in questi tre anni – è finita qui: sta finendo, dolorosamente, qui. Ieri c’è stato un incontro tra i rappresentanti della Fondazione Valle Bene Comune che in parte poi sono anche gli occupanti del Valle e quattro persone che erano lì in veste istituzionale: Giovanna Marinelli, assessore alla cultura del Comune di Roma; Michela De Biase, presidente della Commissione cultura del Comune di Roma; Marino Sinibaldi e Antonio Calbi, rispettivamente presidente e direttore del Teatro di Roma, che nel caso è l’entità a cui è stato demandato il ruolo di mediazione del caso Valle. L’incontro è stato molto chiaro. Si è partiti con due posizioni, e su quelle posizioni dopo due ore di discussione si è rimasti. Il Teatro e il Comune di Roma dicono: riconosciamo il vostro percorso, ma ora l’occupazione non ha più senso, ve ne dovete andare entro pochi giorni. Gli occupanti dicono: forse non avete ben capito il valore di questo percorso, ce ne andiamo, ma non entro tre giorni. Insomma c’è uno stallo, e la mediazione non è raggiunta, vedremo che succederà in queste ore.

Non siate così stupidi e irresponsabili da lasciare implodere il mondo del teatro a Roma

Liu_Bolin_HITC_ItalyNo2_LG

Negli ultimi mesi nella Roma teatrale – quel magma informe fatto di grandi festival e piccoli esercenti, di occupanti e di compagnie, di artisti e di critici – si respira quasi un’aria da fine dei tempi. Siamo sulla soglia di qualcosa che ancora non ha una forma, forse una metamorfosi, un cambiamento, ma forse anche una banale, lenta e prolungata decadenza. Ma cos’è che sta succedendo? Occorrerebbe mettere assieme una serie di avvenimenti che, a un occhio profano, potrebbero sembrare non troppo connessi tra loro. Come la chiusura del Palladium, sottratto alla decennale gestione della Fondazione Romaeuropa che lo aveva trasformato in una piazza della scena contemporanea. La chiusura, per lavori, del Teatro India, che di quella scena è l’epicentro naturale. Lo sgombero dell’Angelo Mai, centro di produzione culturale indipendente, che arriva dopo i cinque anni di stop imposti al Rialto (oggi in ripartenza) e il depotenziamento di altri spazi come il Kollatino Undergorund. Infine, la prolungata assenza di una direzione al Teatro di Roma, dove la “nomina lampo” di Ninni Cutaia aveva dapprima acceso, e subito dopo gelato, le speranze di un territorio complesso e variegato.