Lanier: il web sta uccidendo la classe media

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Questo pezzo è uscito su il Venerdì di Repubblica.

Berkley. La stanza dove lavora è un antro platonico. Per arrivarci bisogna superare canyon di libri e oggetti per terra. Ma il massimo livello di entropia si raggiunge varcando la porta. Un grande computer su un lato e, subito dietro la sedia, una selva di strumenti musicali: chitarre di ogni genere ed epoca, mandole, sitar, arpe, tamburi, cembali, appoggiati o appesi al soffitto basso, insonorizzato con una gomma nera. Al riparo di questo buio microcosmo domestico Jaron Lanier ha a lungo creduto, restando nella metafora, alle ombre riflesse sullo schermo. All’opinione diffusa, che da pioniere della realtà virtuale ha contribuito a creare, secondo la quale internet fosse la soluzione di tutti i mali. La garanzia autoevidente che le magnifiche sorti progredivano. Poi però ha assistito all’implosione dell’industria musicale («Vale un quarto di quanto valeva solo pochi anni fa. Presto varrà un decimo»). Ha visto sale di registrazione chiudere, sostituite da app fai da te. E guardato con sgomento assottigliarsi le royalty di gruppi che prima ci campavano. Dice: «Si salvano giusto le star. E i liutai, perché non sono sostituibili dalle macchine».