Ma Loute — Il cinema a ogni piè sospinto

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di Francesco Romeo
Gli illustri borghesi di questo racconto “non si reggono in piedi”. Nemmeno le loro voci stanno in piedi. Un fischietto che in certe comiche con le guardie e i ladri si sta inceppando, il gessetto sulla lavagna, bolle acustiche che scoppiano come palloncini ad acqua, gorgheggi sbrecciati, boccheggiamenti, fiato alle trombe stonate, esclamazioni mozzafiato (il proprio), rantoli da Hal 9000 ferito a morte, frasi con l’effetto da maschera a elio, postultimo nastro di Krapp.

I pescatori locali mangiano corpi. Durante uno di questi banchetti, sullo sfondo della scena domina un grande piede umano sanguinolento che la madre di famiglia invita i suoi piccoli e il marito a mangiare, facendo un ultimo sforzo per completare il pranzo rabelesiano. I rinomati borghesi in vacanza sulla costa vogliono visitare la laguna, ma senza sporcarsi le mani, anzi i piedi. L'”Eterno”, il capo della famiglia dei pescatori locali, solleva le persone, le prende sulle spalle perché non si sporchino i vestiti e le scarpe, e le trasporta da una sponda a un’altra. Come Caronte. Come San Giuliano Ospedaliere, che però trasportava i derelitti.

Due caligariani a Venezia

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di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Quando mi volto e la trovo – ché ogni volta c’è un momento in cui mi giro e già so che lei è sempre lì, pronta a guardarmi le spalle – Francesca sta sorridendo a Terry Gilliam. Credo di aver detto – sì, l’ho proprio detto – “She is my extra-anagraphic Sister” mentre lei già improvvisava un avvicinamento con inchino a mano tesa verso Gilliam: e Gilliam, molto divertito, replicava immediatamente la stessa coreografia: inchino settecentesco, braccio teso; finché i due si sono incontrati giurandosi, in un angloitaliano di frontiera – siamo pur sempre gente di mare, in questo momento – eterno amore, e rispetto.

E l’immagine che mi sfòlgora davanti, a questo punto, è quella di un’accogliente quadriglia affettiva; potrei passare sotto la loro stretta di mano e accennare una giga: e so per certo che Gilliam e Francesca mi seguirebbero.

Lo spiegone di Interstellar, ovvero la fede scientifica e la chiacchiera spaziale

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“Spiegazioni” scientifiche ridicole, recitate da un attore che si sforza di restare serio, mentre corre o digita tasti a casaccio: ci siamo abituati, è il cinema, non un convegno di fisica. Così, quando un giornalista troppo zelante scrive un articolo per sottolineare le molte incongruenze della fisica di Interstellar, viene giustamente accolto come un nerd: “È solo un film!”1. Eppure, perdendoci nella terra di nessuno tra science e science fiction che il cinema si assume il compito di esplorare, ci imbattiamo in un problema serio, di cui Interstellar è un esempio da manuale. Il problema non sta nella complessità di teorie scientifiche contemporanee su buchi neri e quinte dimensioni – peraltro, si tratta di programmi di ricerca aperti dall’esito ampiamente incerto – ma nel fraintendimento della scienza in generale, quale si dovrebbe conoscere a livello scolastico. Questa viene infatti sistematicamente scambiata per una fonte di miracolose certezze. Un fisico come Carlo Rovelli ha recentemente richiamato l’attenzione su questo punto: la mentalità scientifica coincide sempre con la consapevolezza dell’incertezza. Le teorie scientifiche sperimentalmente più efficaci presentano le idee attualmente migliori per la comprensione della natura, ma chi è impegnato nella ricerca fisica sulla struttura e lo sviluppo dell’universo (con teorie come gravità quantistica e stringhe) sa bene che le congetture sono talmente tante che non è prevedibile un futuro punto di arrivo.

L’irriverenza addomesticata di Robin Williams

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Pubblichiamo un intervento di Goffredo Fofi apparso sulla Domenica del Sole 24 Ore. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Goffredo Fofi

Non credo sia stato un grande attore, anche se è stato un ottimo comico ed entertainer e in altri tempi lo si sarebbe definito un grande caratterista. La sorpresa e la commozione che hanno accompagnato il suo suicidio non possono far velo su un giudizio perplesso sulle sue scelte d’attore: nonostante una presenza ininterrotta sugli schermi cinematografici (e televisivi, da cui proveniva) i film in cui ha avuto modo di esprimere meglio le sue qualità sono pochi, e si è invece prestato a dozzine di operazioni più consolatorie che disturbanti, a un «cinema per famiglie» d’impronta disneyana tradendo la sua prima vocazione all’irriverenza. Si è lasciato rapidamente addomesticare o, più semplicemente, l’orizzonte delle sue ambizioni era solo quello.

Monty Python!

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Ieri all’Arena O2 di Londra c’è stata la prima dello spettacolo di reunion dei Monty Python. Per molte persone è diffcile non commuoversi solo a scrivere queste righe. Qui comunque trovate un amorevole recensione del Guardian, qui invece un selfie di Terry Gilliam. Qui sotto invece ripubblichiamo una breve biografia non ragionata a firma di Giuseppe D’Ottavi, Carlo Marcolin e Christian Raimo.

di Giuseppe D’Ottavi, Carlo Marcolin e Christian Raimo

I Monty Python nascono nel 1939, si potrebbe dire. È John Cleese il primo a venire alla luce. Segue a distanza di un anno Terry Gilliam l’americano. Non passano neanche due mesi ed ecco arrivare Graham Chapman. Mentre il primo febbraio del 1942 è la volta di Terry Jones, gallese. Eric Idle e Michael Palin giungono uno a ridosso dell’altro nel 1943, rispettivamente il 29 marzo e il 5 maggio.
I sei si ignoreranno bellamente per i primi trent’anni della loro vita, studieranno materie inutili come medicina e architettura. Fin quando accadrà: una serie di circostanze li farà incontrare così tante volte da non pensare possibile evitare di lavorare insieme.

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 6: Kubrick, quarta parte

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui la prima, qui la seconda, qui la terza, qui la quarta e qui la quinta puntata.

Kubrick – desiderio e visione IV

1980 – Dell’infanzia come padronanza dell’immaginario

Con Shining Kubrick conclude la riflessione sull’immaginario sviluppata nei film precedenti e indica finalmente una via di fuga da quell’intreccio di sessualità coatta, violenza e repressione che imprigiona i suoi personaggi (i due film successivi di Kubrick rimoduleranno e svilupperanno ulteriormente i temi già comparsi, senza aggiungere sostanziali novità di contenuto). È significativo che il pessimismo storico variamente intessuto nel cinema di Kubrick sia lacerato soltanto qui e in Lolita, con la presenza di protagonisti ancora al di qua dell’adolescenza (per tacere dell’enigmatico feto di 2001, che come il Danny di Shining ha in sé qualcosa di sovrannaturale).