Gli eredi di Citizen Kane. Il giornalismo nelle serie tv fra asservimento e civilizzazione

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Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui. (fonte immagine) di Francesco Costa Uno pensa al giornalismo raccontato su uno schermo – quello del cinema o quello della tv – e probabilmente gli vengono in mente subito Robert Redford e Dustin Hoffman stravaccati sulle scrivanie […]

Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito: Lucifero

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Questo pezzo è uscito su Artribune. Poi venne un tratto di terra brulla, un tempo bosco, Quindi uno stagno, pareva, diventato terriccio, Disperato e informe (così un pazzo si diverte, Fa una cosa e la distrugge, finché il suo umore Cambia e se ne va!); in pochi metri – Pantano, fango e pietrisco, sabbia e […]

The Americans

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Questo pezzo è uscito su IL ad agosto 2013.  

“La più grande allegoria contemporanea della vita coniugale”: una frase magniloquente che mi è appena uscita e che devo mettere all’inizio del pezzo prima di cominciare a descrivere di cosa parla The Americans sulla carta.

Prima di dire di cosa parla, devo aggiungere che in un pezzo dello scorso numero di IL, la coppia Bonazzi-Greco, parlando del rapporto a tre fra loro due e le serie tv faceva capire che il vero tema delle serie tv è la vita di coppia, e la sua ombra, l’adulterio. Guardare insieme Don Draper che tradisce la moglie e imbarazzarsi all’idea che quella scena dica qualcosa su chi la sta guardando insieme, in coppia. Il che non è assurdo, perché le serie tv le guardano soprattutto i trenta-quarantenni quando finalmente rinunciano a uscire tutte le sere e si accasano. Mad Men parla di adulterio; Breaking Bad mostra come, volendo, tutta l’impresa di diventare un re della droga possa essere letta alla luce dei silenzi a tavola della moglie e ancora di più alla luce dell’inquietante interrogativo: ora che ho rivelato chi sono veramente, mia moglie è più inorridita o attratta?

Breaking well, ovvero come fare i conti con la tossicodipendenza di massa

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Heizenberg è uno spacciatore di droga. Spedisce la sua roba dalla Repubblica Ceca. Se nel suo nick name si cambia la z con la s viene fuori il nome d’arte di Walter White, il borghese piccolo piccolo di Vince Gilligan, ideatore quest’ultimo (e protagonista il primo) della fortunatissima serie Breaking Bad, appena giunta all’ultima puntata sulla rete americana AMC e immediatamente rimpallata, via internet, ai quattro angoli del mondo. Nella quarta stagione della serie, Heisenberg/White, dopo avere fatto fuori Gus Fring, insospettabile signore del narcotraffico degli Stati Uniti sud-occidentali, grazie ai contatti di una nervosissima e subdola mediatrice chiamata Lidya Rodarte-Quayle allarga il mercato della sua “blue meth” alla Repubblica Ceca. Pseudonimo un po’ scontato dunque, quello di Heizenberg, ma molto pertinente. Heizenberg propone MDMA, non la meth di White. La meth di White è un droga diversa, più simile a quello che viene chiamato “Speed”. Non induce empatia e stupore, ma eccitazione motoria e voglia di fare.

Voglio essere la HBO. AMC e il modello delle serie di qualità

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Walter White è un professore di chimica che insegna e vive in una cittadina del New Mexico. Un giorno scopre di avere un tumore ai polmoni che lo ucciderà quasi certamente nel giro di due anni. Sua moglie è incinta e il figlio adolescente è vittima di una paralisi cerebrale parziale. Walt è un uomo orgoglioso e una figura patriarcale, e pur di aiutare la sua famiglia a sopravvivergli mette in atto una radicale trasformazione di sé: usa le sue conoscenze di chimica per produrre metamfetamina. La migliore metamfetamina presente sul mercato, la più pura. Queste sono le premesse narrative di Breaking Bad, una delle serie tv più premiate degli ultimi anni, orgoglio del canale basic cable AMC. È difficile tradurre in modo soddisfacente l’espressione “breaking bad”, quello che sottolinea è un cambiamento radicale, una trasformazione improvvisa del carattere e quindi del modo di agire nel mondo.

Il problema della ricezione

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Questo pezzo è apparso, a puntate e in forma diversa, su Artribune.

 1. Smashing Pumpkins, “Oceania” (2012).
“Dov’è la ribellione, quella vera, al giorno d’oggi?’”
Billy Corgan

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The Smashing Pumpkins, Zero (Mellon Collie and the Infinite Sadness, 1995)

Uno degli aspetti più interessanti di come funziona la cultura contemporanea, ed in particolare l’apparentemente indefinibile ‘blocco psicologico’ che ha annullato la ribellione artistica e che inibisce ogni forma di innovazione autentica, è quello della ricezione. Sintetizzando al massimo, infatti, la domanda fondamentale potrebbe essere posta in questo modo: come può esistere un oggetto artistico rivoluzionario, se non esiste (più) il pubblico adatto a recepirlo e fruirlo? Se gli ascoltatori, i lettori, gli spettatori cioè non sono minimamente preparati e allenati a riconoscere un capolavoro – ma solo oggetti costruiti secondo codici e convenzioni molto rigidi e standardizzati – che fine fa il capolavoro?

La tv dopo Louie

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Questo pezzo è uscito su Studio(Immagine: FX. Louis C.K. con David Lynch nel triplo episodio Late Show. )

Louie è una serie americana che va in onda su FX, scritta, diretta e interpretata da quello che è considerato il miglior stand up comedian vivente, Louis C.K. La scorsa settimana si è conclusa la terza acclamatissima stagione dello show, ed è quindi giunto il momento di fermarsi e parlarne un po’.

Partiamo da un argomento – argomento che svelerà tutta la mia bias sulla questione, ma comunque -: Louie è un capolavoro. C’è chi lo ha visto ed è rimasto senza parole se non di stupore ed elogio; c’è chi si è spinto oltre, come Todd VanDerWerff su A.V. Club, che considera la portata della serie paragonabile – in termine di qualità e influenza artistica – a quella che i Sopranos hanno avuto nel nuovo millennio. Un articolo, quest’ultimo, che per quanto sostenga una tesi scottante e blasfema per un pubblico affezionato a Tony & Co., squarcia il velo di Maya su una separazione che sta perdendo sempre più senso, quella tra drama e comedy.

Drama e comedy sono i due mostruosi buchi neri a cui Hollywood e la televisione girano attorno: sono due macrogeneri complessissimi, zeppi di galassie e ulteriori buchi neri, che hanno la stessa funzione di Mosé sul Mar Rosso: separare acque e mettere ordine. Così, tutti i prodotti vengono sistemati su due grandi scaffali – drama e comedy – in modo che lo spettatore possa scegliere da quale pescare, chiedendosi se abbia voglia di ridere o di “cose serie”. Negli ultimi anni però si è assistito alla sofisticazione del reparto drama: prima la Hbo con show come The WireDeadwood e i citati Sopranos; e poi, a cascata, altri network come Amc (Mad MenBreaking Bad), hanno allestito un separè tra i prodotti complessi, d’enorme qualità, dalla scrittura incredibile e lo storytelling funambolico, e altri show in cui a trionfare è la complessità della trama e la suspense – come le incredibili cose firmate J.J. Abrams (LostFringe) e 24.

Perché amiamo i sociopatici

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Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Don Draper, Mad Men.)

Da South Park a Mad Men: capitalismo e televisione, secondo il teologo Adam Kotsko

In un episodio di South Park, Cartman è umiliato da un bulletto adolescente che gli vende i suoi peli pubici per dieci dollari. In un primo momento pensa di avere fatto un affare, convinto com’è che il solo fatto di “avere” dei peli faccia di lui un uomo (nessuno gli aveva spiegato che, per contare, la peluria doveva essere attaccata al suo corpo). Quando capisce di essere stato preso per i fondelli, però, decide di vendicarsi: ammazza i genitori del bulletto, li trita, e li serve sotto forma di hamburger all’ignaro adolescente. Che, quando si rende conto di avere fatto merenda con la carne dei suoi, scoppia in lacrime: Cartman ha avuto sua vendetta.

Nella puntata successiva tutto è tornato come prima. Cartman è il chiattone bastardo di sempre, che fa la vita di sempre, e lo stesso vale per tutti gli altri personaggi. Non è successo nulla.

Alla fine della prima serie di Mad Men, Peggy Olsen partorisce un bambino di cui fino a un momento prima ignorava (voleva ignorare) la presenza nel suo stesso ventre. Onde salvaguardare reputazione e carriera, lo abbandona. A un certo punto Don Draper va a trovarla in ospedale: “Tutto questo non è mai accaduto,” le dice. “Ti stupirà quanto non sia mai accaduto.”

Jennifer Egan: dal quaderno a Twitter

Jennifer Egan_photocredit_ PieterM

Pubblichiamo un’intervista di Elena Stancanelli, uscita su Repubblica, a Jennifer Egan. Da oggi al 31 ottobre tutte le sere dalle 22 il racconto Scatola Nera di Jennifer Egan verrà “twittato” dallaccount minimum fax. Su minima & moralia ogni mattina un post con la puntata della sera precedente. E dal 1 novembre il racconto sarà disponibile esclusivamente in ebook. (Immagine: Pieter M. van Hattem.)

Jennifer Egan è una scrittrice americana di impressionante bravura. È nata nel 1962 a Chicago, e l’anno scorso ha vinto il premio Pulitzer con il suo quinto romanzo, A Visit from the Goon Squad, pubblicato in Italia da minimum fax col titolo Il tempo è un bastardo (traduzione di Matteo Colombo).

Pillole di saggezza dal Bronx

Patrice

Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D – La Repubblica delle Donne» sul libro di Patrice Evans «Negropedia. The Assimilated Negro’s Crash Course on the Modern Black Experience».

Il suo alter ego si chiama “The Assimilated Negro” (il negro integrato) che è anche il nome di un blog attivo dal 2005 in cui prende in giro i nuovi neri d’America (rapper, sportivi, politici, o gente comune) senza risparmiare se stesso. Lui è Patrice Evans, nero, nato nel Bronx nel 1976, diplomatosi nel Connecticut al Trinity College, e da lì rientrato alla base. Da New York tiene il suo blog, lavora per la webzine di sport e cultura pop Grantland.com, collabora con la rivista McSweeney’s, scrive rime rap per soldi e per diletto. Soprattutto, abita nell’America di Barack Obama, e la racconta. Di recente ha scritto e pubblicato un manuale geniale già nel titolo: Negropedia. The Assimilated Negro’s Crash Course on the Modern Black Experience (Three Rivers Press 2011). Il libro è una raccolta enciclopedica autoironica e postmoderna di sapere acquisito sul campo, comicità da stand-up comedy e pratici consigli rivolti ai nuovi neri d’America. Letto per voi, eccolo in pillole.