Zingari in viaggio

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di Giuseppe Montesano

Durante la Rivoluzione del 1848 a Parigi il dandy, l’oppiomane, il ribelle, l’aristocratico, il poeta Charles Baudelaire scrisse una poesia, la intitolò La Carovana e la dedicò alla «profetica tribù dalle pupille ardenti», cioè agli zingari: ma quando tentò di pubblicarla su un giornale diretto dal suo amico Théophile Gautier, il buon Théophile, che non voleva essere licenziato, la rifiutò. Baudelaire invocava un miracolo per quei vagabondi in cammino perenne nel deserto della vita, e chiedeva a una dea di aiutarli: «Fai sgorgare l’acqua dalla roccia e fai fiorire il deserto davanti a questi viaggiatori per il quali si apre l’impero familiare delle tenebre future», le tenebre future che erano la ripetizione ingrandita del passato, esilio, pogrom, shoa, ipocrita accettazione e genocidio culturale. Ma Baudelaire non si arrese alla censura mediatica, intitolò ancora più esplicitamente la poesia Zingari in viaggio, la inserì nei Fiori del male e pensò di scrivere un dramma in cui fuggiva via dalla Francia poliziesca e dittatoriale aiutato da una tribù di zingari, i soli secondo il dandy a rimanere liberi e fieri in mezzo a un’Europa asservita alle nuove tirannie economiche.

Carlo Mazzacurati e “La sedia della felicità”: intervista allo sceneggiatore Marco Pettenello

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Riprendiamo un’intervista del regista Matteo Oleotto a Marco Pettenello, sceneggiatore di La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati, uscita su Kino Review.

di Matteo Oleotto

Nel 2004 Rai Cinema chiese a noi allievi dell’ultimo anno del Centro Sperimentale di Cinematografia di scrivere dei soggetti. Io scrissi una storia rigorosa, ambientata nella mia terra. Dopo alcuni giorni arrivarono i responsi e della mia storia dissero che “di Carlo Mazzacurati, in Italia, ne bastava uno solo”.

Da quel giorno, di Mazzacurati, ho voluto sapere tutto. Ho guardato con passione tutti i suoi film, quelli bellissimi e quelli meno riusciti. Ho seguito con attenzione le sue interviste. Non ho mai perso l’occasione di farmi raccontare da chi Carlo lo conosceva bene, com’era quest’omone che faceva film che sentivo così tanto vicini.

Luchino Visconti e la piaga delle fondazioni

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Questo articolo di Tomaso Montanari è uscito sul Fatto Quotidiano. L’autore di Le pietre e il popolo e Salvatore Settis oggi sono ospiti del Festivaletteratura di Mantova per l’incontro “Articolo 9: Arte e Costituzione”. 

Se c’è una vicenda-simbolo del disastro morale e materiale che opprime il patrimonio culturale nell’Italia del 2013, ebbene è quella del pignoramento giudiziario degli arredi della «Fondazione La Colombaia di Luchino Visconti» ad Ischia, rivelata ieri dal «Mattino».

Personalmente nutro qualche dubbio sul fatto che la storia dell’arte di Giotto, Caravaggio e Tiepolo continui oggi in un Maurizio Cattelan: ma non ne ho nessuno sul fatto che il cinema di Luchino Visconti sia uno degli ultimi veri capitoli di questa altissima vicenda figurativa. Non solo ovviamente i film, ma anche i luoghi e gli oggetti di Visconti vanno dunque difesi, preservati, tramandati come frammenti preziosi del meglio dell’Italia del Novecento.