Fare cultura in Afghanistan

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (La foto è di Giuliano Battiston)

Kabul. “Poesia, musica, graffiti, cinema, teatro, qui a Kabul puoi trovare di tutto, basta saper cercare”. Volto plastico e cinematografico, il fisico asciutto nascosto dall’immancabile completo a righe, Timur Hakimyar non ha dubbi: Kabul è una città che “produce cultura, oltre che politica e corruzione”. Hakimyar è il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante associazioni nate su impulso della comunità internazionale dopo che i barbuti talebani sono stati rimossi dal potere, manu militari. Basta frequentare con una certa assiduità la decadente villa che ospita la fondazione culturale di cui è direttore per dare ragione ad Hakimyar, attore, regista, già portavoce dell’associazione nazionale degli artisti afghani. Un giorno capita di incontrare il regista Siddiq Barmak, autore di Osama e di Opium war; il giorno successivo nell’ampio giardino della villa passeggia Partaw Naderi, il più importante poeta in lingua farsi di tutto il paese; nel fine settimana i ragazzi del Parwaz Puppet Theater, un gruppo fondato nel 2009, allestiscono un nuovo spettacolo di marionette, mentre a pochi passi da qui, al centro culturale francese, si susseguono proiezioni cinematografiche e mostre fotografiche in attesa del “grande evento”: il Sound Central Asia’s Modern Musica Festival, il festival musicale adorato dai ragazzini che scimmiottano i loro coetanei occidentali.

Diario afghano, seconda parte

il governatore di NangarharLudin al voto

Qui la prima parte del diario. (Le foto sono di Giuliano Battiston.)

Lunedì 31 marzo, Faizabad

La sala conferenze dell’hotel Setara-e-Shar è colma di gente. Duecento, duecentocinquanta persone, molti giovani, qualche barba lunga, tante donne. Sono qui per sentire cos’hanno da dire alcuni candidati al consiglio provinciale. Il 5 aprile, insieme al successore di Hamid Karzai, gli afghani dovranno scegliere anche i rappresentanti delle 34 province. Qui ce ne sono una quindicina. “Li abbiamo invitati per dare l’opportunità di far conoscere i loro programmi, se ne hanno”, mi spiega Saifuddin Sais, a capo del Badakhshan civil society forum, un cartello di associazioni “che include 32 diverse organizzazioni”. Completo scuro, cravatta a righe, un ciuffo ribelle sulla fronte, Saifuddin Sais rivendica il lavoro svolto dal forum che dirige, “con i nostri programmi abbiamo raggiunto più di mille persone nei distretti rurali, ora sanno quali sono le procedure elettorali e come votare”.

A lezione di satira dentro il ministero

Firdousi al Teatro nazionale di Kabul

Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Nella foto: una scena della pièce tratta da Firdousi andata in scena al Teatro nazionale di Kabul; scatto di Giuliano Battiston.)

Da queste parti, i paradossi diventano plausibili, assumono sembianze verosimili, si fanno realtà. Prendiamo quanto è accaduto qualche giorno fa qui a Kabul, nella capitale di un paese a sovranità limitata e sotto occupazione militare. Appena arrivato in città sono andato a salutare Timur Hakimyar, il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante organizzazioni (ma tra le più serie e oneste) nate su impulso e sostegno della comunità internazionale dopo il rovesciamento dell’Emirato islamico. Il suo ufficio si trova all’ingresso di Deh Afganan, un vivace quartiere popolare non lontano dal bazar principale e sulle cui stradine scoscese si avventurano ben pochi stranieri, tranne quelli diretti da lui, a via Joye Sheer («ruscello di latte»).