Morire per sopravvivere, il viaggio tra musica e amore di Chuck Klosterman

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Ritorna in libreria lo scrittore e saggista americano Chuck Klosterman con un impeccabile e struggente reportage scritto attraversando mezza America a bordo di una Ford Taurus Silver. Il libro si chiama Morire per sopravvivere. Una storia vera all’85% (minimum fax, traduzione di Maurizio Bartocci, pp. 300, 16 euro), è stato pubblicato inizialmente nel 2005 e dell’America racconta la strana, complicata relazione tra rock, amore e morte. Nel farlo Klosterman racconta anche di sé, e di noi lettori.

Sfacciatamente famoso. Un documentario su Jean-Michel Basquiat

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Dentro un appartamento di downtown a New York si legge la scritta “Boom for Real”, in nero su una parete grigia, riconoscibile dai caratteri come uno dei famosi pezzi a firma SAMO con cui dal 1978 al 198o gli artisti Jean-Michel Basquiat e Al Diaz ridisegnarono pareti e mura di downtown a New York (SAMO stava per same old shit). Basquiat è in piedi davanti alla scritta, sorride. “‘Boom for real’ significa diventare sfacciatamente famosi”, spiega al telefono la regista Sara Driver, che ha scelto Boom for Real: The Late Teenage Years of Jean-Michel Basquiat come titolo del documentario con cui racconta gli anni adolescenti dello sfacciatamente famoso artista americano.

Viaggio a Flint, Michigan

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Benvenuti a Flint, 66 miglia a nordovest di Detroit, Michigan. Nel 2017 ha conquistato il nono posto nella classifica dell’FBI delle città più pericolose del Nord America, e a detta dell’ultimo censimento è la città più povera del paese. Fuori dal Michigan è conosciuta soprattutto come la città di Michael Moore, che da Roger & Me, il suo film d’esordio del 1989 ambientato lì, l’ha immortalata in quasi tutti i suoi documentari, raccontando al mondo miseria, criminalità e tutti i problemi quotidiani che da una quarantina d’anni a questa parte (in pratica dalla chiusura degli stabilimenti della General Motors che ha fatto perdere il lavoro a più di 35mila persone) rovinano la vita dei suoi concittadini.

Dov’è la gioia? Vita e morte di Sylvia Plath

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Lo scorso 10 marzo il New York Times ha pubblicato un tardivo necrologio di Sylvia Plath, come parte di una serie di necrologi che si chiama Overlooked ed è dedicata a donne degne di nota che non vennero ricordate dal quotidiano a tempo debito. Firmato dalla giornalista Anemona Hartocollis, oltre a commemorare la scomparsa scrittrice, l’articolo apre saggiamente la questione dell’inevitabile distanza che si crea tra un necrologio scritto all’indomani della morte di qualcuno e uno scritto con decenni di ritardo (55 anni nel caso di Plath). Tanto più se nel frattempo la fama postuma distorce e sovrasta vita e opere della persona in oggetto.

Incroci di strade. I ritratti fotografici di Khalik Allah

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Harlem, 125th Street con Lexington Avenue, esterno notte. L’ambientazione è sempre la stessa: il marciapiede buio illuminato dalla luce che arriva dalle vetrine e dalle insegne dei negozi, le automobili e gli autobus che passano, ogni tanto qualche sirena e lampeggiante di ambulanze o polizia. Anche le facce sono sempre quelle: tossici, senzatetto, uomini e donne ai margini di un quartiere di New York dove la gentrificazione ha esasperato in maniera esponenziale la distanza tra integrati e outsider.

Quella foto di Patti Smith e Roberto Bolaño a teatro

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Quando qualche anno fa Patti Smith andò a casa dello scrittore cileno Roberto Bolaño a Blanes, nel Nord della Spagna, per fotografarne un oggetto, si guardò intorno e non trovò nessuna macchina da scrivere. Nel suo studio, in bella vista sulla scrivania, troneggiava un computer, oggetto assai poco evocativo e men che meno fotogenico. Smith decise così di fotografare una sedia, la sedia di Bolaño, immortalata dalla rockstar in una polaroid.

Quello che so di Bernardo Bertolucci

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La Cineteca Nazionale e la Cineteca di Bologna omaggiano Bernardo Bertolucci con le proiezioni nelle sale italiane di Novecento (a partire dal 16 aprile) e Ultimo tango a Parigi (più avanti, a maggio), in versione restaurata. Pubblichiamo la postfazione di Tiziana Lo Porto al libro Cinema la prima volta, una raccolta di interviste a Bertolucci uscita per minimum fax: ringraziamo autrice e editore.

I racconti di Sherman Alexie, ribelle nativo

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Il libro che una decina di anni fa diede allo scrittore nativo americano Sherman Alexie la meritata celebrità si chiamava The Absolutely True Diary of a Part-Time Indian (in Italia è uscito un paio di anni fa per Rizzoli con il titolo fedele all’originale Diario assolutamente sincero di un indiano part-time). Alla sua uscita in America, nel 2007, venne riconosciuto e celebrata dalla stampa come la prova evidente che il “grande romanzo americano” alla fine era un concetto adattabile. Poteva esistere, per esempio, anche un “grande romanzo nativo americano”, e Alexie lo aveva appena scritto. Il Diario di Alexie era e non era un romanzo, era e non era un’autobiografia. Era per ragazzi, ma anche per adulti. A tratti disegnato e accompagnato da tavole a fumetti (della fumettista Ellen Forney), raccontava le avventure di un giovane nativo americano metropolitano che, come il suo autore, era nato e cresciuta nell’America di oggi.

Il genio di Pablo Picasso in una serie

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Come distinguere l’artista dall’arte? Prendiamo Picasso, per esempio: opere e vita. Dopo Albert Einstein, è stato scelto come protagonista della seconda stagione della serie tv “Genius”, prodotta da Brian Grazer e Ron Howard, e in onda ad aprile su National Geographic (canale 403 di Sky). Le riprese sono iniziate lo scorso ottobre a Parigi, per poi passare a Malaga e Barcellona, e terminare in queste settimane – gli interni e pochi esterni – in Ungheria, nei sempre più gettonati (dal cinema e dalla televisione) Korda Studios di Budapest.

L’arte di essere Zelda

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Questa è una cosa che molti scrittori e cantanti sanno già: se vuoi scrivere una grande storia d’amore o una canzone che faccia innamorare chi la ascolta devi avere la fidanzata giusta. Quando nell’estate del 1918, Francis Scott Fitzgerald, all’epoca militare di stanza in Alabama, incontrò la diciottenne Zelda Sayre, decise subito che era lei la fidanzata giusta. Bionda, di una bellezza non convenzionale, appassionata di alcol, baci e ragazzi carini, impeccabile e imprevedibile nell’arte della conversazione, Scott se ne innamorò per una di o per tutte queste ragioni, e perseverò nel corteggiamento. Si baciarono, si frequentarono, si baciarono ancora, continuarono a frequentarsi, e avanti così per una manciata di mesi. Poi lui si propose (come marito), lei disse di no, e arreso alla battaglia ma non alla guerra Scott se ne tornò nel suo nativo Minnesota, a Saint Paul. Quello che fecero dopo, oltre che le loro vite, avrebbe cambiato la storia della letteratura. Lo scrisse lo stesso Scott in una lettera del 1919 in cui raccontava di Zelda a un’amica: “I love her, and it’s the beginning of everything”. La amo ed è l’inizio di tutto.