Edna d’Irlanda. Intervista a Edna O’Brien

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Questa intervista è apparsa in versione ridotta sul Venerdì di Repubblica. L’8 dicembre Edna O’Brien sarà a Roma a Più libri più liberi per un incontro alle 18 in Sala Smeraldo. (Foto: Rex Features; Associated Press)

C’è una pagina del suo memoir (Country Girl, pubblicato pochi mesi fa in America da Faber and Faber e in uscita a il 27 novembre in Italia per Elliot Edizioni) in cui Edna O’Brien scrive: “Ma ogni libro che sia valido deve essere per certi versi autobiografico, perché non si possono né si devono fabbricare le emozioni”. Autrice amatissima sin dall’uscita nel 1960 del suo primo romanzo,Ragazze di campagna (appena ripubblicato in Italia da Elliot Edizioni), definita da Philip Roth “la più dotata tra le scrittrici contemporanee di lingua inglese”, O’Brien ha raccontato emozioni e cose della vita (spesso della propria, in modo direttamente autobiografico o romanzando, senza mai smettere di restare fedele alla propria e altrui realtà), grandi amori e solitudini, interni piccolo borghesi e paesaggi sconfinati, prevalentemente d’Irlanda.

Nata e cresciuta a Drewsboro, in Irlanda, a ventitré anni sposò lo scrittore Ernest Gébler contro la volontà della propria famiglia. Insieme al marito andò a vivere all’Isola di Man, nel Mar d’Irlanda, ospiti dello scrittore J.P. Donleavys, e poi a Londra, che mai più abbandonò. Diventò madre di due bambini (maschi entrambi), cominciò a scrivere. Quel primo romanzo, rivoluzionario per l’Irlanda puritana del Novecento, fece di lei la scrittrice che è oggi e al tempo stesso segnò la fine del matrimonio con un uomo che proprio non ce la faceva ad accettare l’idea di una moglie che avesse più successo di lui. Come non bastasse, il libro venne odiato dalla madre e bruciato e bandito nella sua amata Irlanda. Un’altra donna al posto di O’Brien si sarebbe arresa per molto meno, lei perseverò. Da allora a ora Edna O’Brien non ha mai smesso di scrivere.

Intervista a Diego Quemada-Diez

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Per preparare e poi girare questo suo lirico e documentatissimo film di esordio, il regista Diego Quemada-Diez ha lavorato dieci anni. I primi quattro intervistando gli immigrati che la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti la attraversano o l’hanno attraversata, taccuino e registratore in mano, cercando in sconosciuti piccole storie private da trasformare in cinema e memoria collettiva. Nato e cresciuto in Spagna, Quemada-Diez ha iniziato a fare cinema lavorando con Ken Loach in Terra e libertà. Ha vissuto in America diplomandosi all’American Film Institute, ha lavorato con Alejandro González Iñárritu, Oliver Stone e Spike Lee tra gli altri, con il bel cortometraggio I Want to Be a Pilot è andato al Sundance e ha vinto una cinquantina di premi, attualmente vive in Messico. Il suo La gabbia dorata, coproduzione messicano-spagnola, vincitore a Cannes dei premi “A Certain Talent” e “Gillo Pontecorvo” e Miglior Film al Giffoni Film Festival, presentato a Ferrara al Festival di Internazionale e che uscirà nelle sale italiane il 7 novembre, è una storia di immigrazione clandestina e di passaggio all’età adulta. Protagonisti sono tre adolescenti che decidono di attraversare il confine che separa il Messico dagli Stati Uniti, in cerca di una vita migliore.

il tuo segno del cancro

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A settembre è nata Abbiamo le prove, una rivista online ideata da Violetta Bellocchio e dedicata alla non fiction: ogni giorno una storia vera raccontata da una donna. Pubblichiamo il contributo di Tiziana Lo Porto. (Fonte immagine)

quando mi hai lasciata mi hai detto che eri in overdose di me

mi hai detto che non ne potevi più di vedermi tutti i giorni

e che allora preferivi non vedermi mai

Da Dickinson a Dylan, e viceversa

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Sei nuove date italiane per il Never Ending Tour di Bob Dylan che dal 2 all’8 novembre sarà a Milano, Roma e Padova. Prima di allora Svezia, Norvegia, Danimarca, Germania, Svizzera e Olanda. E prima ancora l’America. La primavera scorsa ad Amherst, Massachusetts, per esempio, dove sono stati azzerati i sei gradi di separazione tra lui ed Emily Dickinson. Amherst dov’è nata, cresciuta e morta Dickinson e che per una notte ha ospitato una delle infinite tappe del tour di Dylan. Arrivo lì alle due del pomeriggio, ripartirò la mattina dopo, il tempo di visitare casa Dickinson e di vedere Dylan sul palco della Mullin Center Arena dentro il campus della University of Massachusetts.

Intervista a Richard Hell

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Questo è pezzo è uscito sul numero di luglio di Repubblica XL. (Fonte immagine: Wikipedia.)

La casa è un appartamento dell’East Village, Dodicesima Strada, quasi Alphabet City. Richard Hell è andato ad abitare lì nel 1975, e non se n’è più andato. Quattro piani a piedi e sono da lui.

Più tardi gli domanderò qual è il suo posto preferito di New York. E lui mi dirà: il mio appartamento.

Bassista e frontman dei Neon Boys, dei Television, degli Heartbreakers e dei Voivoids, autore della più punk delle canzoni punk Blank Generation, protagonista negli anni Settanta della scena proto-punk newyorkese, Richard Hell (Richard Meyers all’anagrafe) racconta adesso in un libro infanzia, adolescenza e giovinezza, fermandosi poi alla soglia dell’età adulta e a quel 1984 in cui abbandonò la musica per la scrittura. Il titolo del libro, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp (Ecco, pagine 293, 25,99 $), lo ha preso da un racconto scritto a otto anni. Il racconto si chiama Bambino in fuga, è a pagina dodici del libro, parla di un tentativo di fuga andato a male, e finisce così: “Ho sognato che ero un barbone pulitissimo!” Nato e cresciuto a Lexington, in Kentucky, amico d’infanzia e compagno di scuola di Tom Miller (insieme a lui nei Neon Boys e poi nei Television come Tom Verlaine), a diciott’anni Hell va a vivere a New York per fare lo scrittore. Da allora a ora ha scritto canzoni, poesie, romanzi, diari, taccuini, saggi. Mentre entro a casa sua penso: “Quest’uomo fa esattamente quello che sognava di fare da ragazzino: lo scrittore a New York”.

Futuro lumpen

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Protagonista e voce narrante di un piccolo importante romanzo dell’amatissimo Roberto Bolaño (Un romanzetto lumpen, l’ultimo pubblicato in vita che torna in libreria per Adelphi in una nuova traduzione), Bianca è una ragazza che insieme al fratello perde entrambi i genitori in un incidente d’auto. La storia dei due adolescenti orfani, interamente ambientata in una pasoliniana Roma di periferia, torna oggi nel film Il futuro, diretto dalla regista cilena Alicia Scherson. Primo e unico lungometraggio tratto da un romanzo di Bolaño, nato da una coproduzione tra Cile, Germania, Spagna e Italia (Movimento Film), Il futuro è stato presentato lo scorso gennaio al Sundance Festival e uscirà nelle sale italiane il 19 settembre.

L’americana a Roma. Le lettere di Carol Gaiser

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

“La prima volta che sono andata in Italia è stato nell’estate dei primi anni Sessanta. Venivo direttamente dall’America degli anni Cinquanta dove il sesso era ancora un tabù. E ricordo che rimasi inorridita nel vedere questi ragazzi italiani convinti che noi americane fossimo ragazze facili. La verità era che le italiane erano molto più facili di noi”. Parlare con Carol Gaiser è come viaggiare nello spazio e nel tempo. Poetessa e reporter americana, ha un’eleganza nel raccontare luoghi e persone che rimanda alla grande letteratura.

Un’infanzia californiana – Intervista a James Franco

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Ieri è stato presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia Palo Alto, il film di Gia Coppola tratto dalla raccolta di racconti In stato di ebbrezza di James Franco. Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Tiziana Lo Porto uscita sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: James Franco in una scena del film.)

A due anni dal suo esordio con la raccolta di racconti Palo Alto Stories (In stato di ebbrezza nell’edizione italiana, minimum fax 2012) James Franco è di nuovo in libreria con un libro semiautobiografico e bello. Si chiama A California Childhood (Insight Editions, $ 29,99), un’infanzia californiana, ed è costruito intorno all’idea e alla pratica della memoria. Il libro comincia come un album di famiglia, con foto dell’infanzia di Franco, dei suoi fratelli Tom e Dave, dei genitori Doug e Betsy, insieme a pagine del diario della madre e poesie. Prosegue con alcuni ritratti in bianco e nero, dipinti e altre poesie che dell’adolescenza raccontano atmosfere, primi amori e sentimento. Finisce con storie sorelle di quelle di In stato di ebbrezza, ambientate ai margini dell’America e abitate da adolescenti impegnati a crescere in una periferia che ogni tanto è solo California, ogni tanto è ovunque nel mondo. E ovunque nel mondo potrebbe essere James Franco adesso, mentre interpreta nuovi colossal, piccoli film indipendenti e serie tv, dirige, preproduce, postproduce altri piccoli film indipendenti, videoclip e spot pubblicitari, va al cinema, si prepara per il suo primo spettacolo a Broadway (Uomini e topi di Steinbeck), legge moltissimo, collabora con alcuni giornali, ha un blog, fa delle interviste, disegna, dipinge, fotografa, è su Instagram, fa collage, crea opere d’arte, espone opere d’arte, suona con la sua band, registra canzoni, pubblica raccolte di racconti e libri d’arte e di poesia, twitta, risponde alle email.

Non dimenticare la propria storia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

La conferma che A.M. Homes sia una delle più grandi scrittrici americane viventi arriva puntuale insieme a ogni suo romanzo. Che Dio ci perdoni (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, 19 euro, pagine 464) è l’ultimo della sua opera. Uscito lo scorso anno negli Stati Uniti, amato e celebrato dai colleghi scrittori Jay McInerney, Salman Rushdie, Gary Shteyngart e Jeanette Winterson, il romanzo è ambientato in questo ventunesimo secolo e in una cittadina non lontana da New York, nei 365 giorni che vanno da un giorno del Ringraziamento all’altro.

Protagonisti un professore di storia innamorato di Richard Nixon, Harold Silver, e suo fratello George, che nelle primissime pagine del libro scopre la moglie a letto con Harold e la uccide fracassandole una lampada in testa. George viene arrestato e Harold si trasferisce a casa sua prendendosi cura dei due nipoti, del cane e del gatto. Di lì in avanti, malgrado Harold abbia già superato la mezza età, il libro procede come un romanzo di formazione che di quest’uomo segue la vita quotidiana alla ricerca di un punto fermo da cui ricominciare.

Da Gatsby a Gatsby: divagazioni intorno a Scott Fitzgerald

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Questo pezzo è uscito sul numero di giugno del Mucchio.

È interessante come ultimamente ogni discorso su Scott Fitzgerald degeneri in una conversazione sulle vetrine dei negozi. Parli del Grande Gatsby e finisci per sentire qualcuno che cita Miuccia Prada. Sei lì che dici quant’è bello che il romanzo sia tornato in classifica e qualcuno ti chiede se hai visto la mostra di vestiti in un negozio di Soho o il film con Leonardo DiCaprio. Sei in America e quasi finisci per avere nostalgia dell’Italia.