Tutto il resto è punk

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL – la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

Intervista a Sergio Álvarez

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

“La morte è sempre associata a una cifra, non possiamo nominarla senza metterle davanti un numero”. Così lo scrittore colombiano Sergio Álvarez, che nel titolo del suo terzo monumentale romanzo davanti alla parola morte ha messo un 35. “Dal momento che la storia racconta trentacinque anni della Colombia”, continua lo scrittore, “ho giocato con l’ironia, e già nella prima pagina del libro si supera di gran lunga il numero di morti evocati dal titolo”. 35 morti (La Nuova Frontiera, pp. 480, 19 euro) è un romanzo pubblico e privato, che del protagonista racconta la vita (dal 1965, quando nasce, al 2000), e della Colombia tutte le contraddizioni della seconda metà del Novecento. Dentro ci sono viaggi, c’è criminalità, amore e violenza, e la capacità di incantare il lettore narrando. Dieci anni per scriverlo, raccogliendo materiale d’ogni sorta per costellarlo di verità e storia. Ancora Álvarez: “Dieci anni per scoprire che non si finisce mai di scrivere un romanzo e che bisogna solo abbandonarlo e metterlo in mano agli editori”.

La notte dell’uragano

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

“Lo so che siete venuti tutti a vedere me. Bob Dylan non è così famoso”. Sul palco del Madison Square Garden il campione del mondo cercava di affermare la propria superiorità sul cantante mingherlino che tra poco avrebbe chiuso la prima parte del suo tour più leggendario.

Nati a otto mesi di distanza l’uno dall’altro, Bob Dylan e Muhammad Ali avevano in comune un cambio di nome e l’eroica determinazione nel non volere restare inglobati dalla cultura dominante e idolatrante. Eppure quella sera, al Madison Square Garden, erano venuti tutti a idolatrarli.

Significant Objects

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Significant Objects è un esperimento prima ancora che un libro. L’idea è di due scrittori americani, Rob Walker e Joshua Glenn, che nel luglio del 2009, a titolo puramente sperimentale, decisero di trovare risposta alla domanda: può una grande storia trasformare una cianfrusaglia senza alcun valore in un oggetto significativo? L’esperimento durò cinque mesi, e coinvolse cento scrittori. A ognuno dei cento venne assegnato un oggetto con la richiesta di scriverci sopra una storia. Gli stessi oggetti (saliere, statuine, tazze, candele e pupazzetti), comprati con meno di 130 dollari, vennero poi rivenduti su eBay usando come didascalia i rispettivi racconti e facendo incassare a Walker e Glenn poco più di tremila e seicento dollari e la risposta: sì, una grande storia può trasformare una cianfrusaglia in un oggetto di valore.

La ragazza della vignetta

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Questo pezzo è stato parzialmente pubblicato sul Venerdì di Repubblica.

Pochi sanno che negli anni del college e prima ancora in quelli del liceo la scrittrice americana Flannery O’Connor disegnasse vignette. Raccolte adesso per la prima volta in un unico volume (Flannery O’Connor The Cartoons, a cura di Kelly Gerald e con un’introduzione dell’artista Barry Moser, Fantagraphics Books, $ 22.99), sono incisioni su linoleum e disegni a inchiostro. Per la gran parte pubblicate nei primi anni quaranta sulle riviste delle scuole (la Peabody High School e il Georgia State College for Women), sono rigorosamente in bianco e nero, ironiche, a tratti buffe, ogni tanto grottesche, forse propedeutiche alla scrittura a venire.

New York Ballerina

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(Fonte immagine.)

La prima cosa è guardare

La prima cosa che faccio ogni volta che metto piede a New York è controllare cosa c’è in cartellone al Joyce Theater. Il Joyce Theater è un piccolo importante teatro sull’Ottava, all’angolo con la Diciannovesima. È un teatro consacrato alla danza, dove passano le migliori compagnie newyorkesi, americane o internazionali. Lì ho visto Cedar Lake, Shantala Shivalingappa, Keigwin + Company, Gallim Dance, e ieri sera, arrivata meno di ventiquattr’ore prima dall’Italia, la Martha Graham Dance Company. Ero passata lì davanti per caso, per dare un occhio ai prossimi spettacoli, e ho visto che era l’ultimo giorno di una rassegna della compagnia di Martha Graham su “mito e metamorfosi”. Sono entrata, ho preso un biglietto. Alle due ho visto la prima parte delle coreografie, alle quattro sono andata via, alle sette e mezza sono tornata e ho visto il resto. Quattro ore di Martha Graham in tutto, e ne avrei viste ancora. L’ultima coreografia era del 1962, diretta da Richard Move, si chiamava The Show (Achilles Heels), musiche di Arto Lindsay, canzoni e voce (di Atena) di Debbie Harry, altra voce (di Achille) di Mikhail Baryshnikov, i ballerini della Martha Graham Dance Company in Achille, Patroclo, Elena di Troia, Atena e Xanto, il cavallo di Achille. I miti greci che incontrano Blondie che incontrano Martha Graham. Una roba così la riesci a immaginare solo a New York.

Lo scaffale ideale

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: lo “scaffale ideale” di Jennifer Egan.)

Cosa pensate di trovare nello scaffale dei libri più amati da Patti Smith? E in quello di James Franco? Di Jennifer Egan? Miranda July? Jonathan Lethem? David Sedaris? Sfogliate My Ideal Bookshelf (Little, Brown and Company, $ 24,99) e ogni risposta vi verrà data. Raccolti online nel sito idealbookshelf.com e poi pubblicati in un meraviglioso volume cartonato di 226 pagine, ecco gli “scaffali ideali” di più di un centinaio di varie celebrità. Sono prevalentemente scrittori (in buona compagnia dei sopra citati ci sono Rick Moody, Michael Chabon, Vendela Vida, Junot Díaz, Stephenie Meyer, George Saunders, Daniel Alarcón e Chuck Klosterman), ma anche musicisti (Kim Gordon, Thurston Moore, Rosanne Cash e Stephen Merritt), registi (Judd Apatow, Mira Nair), illustratori (Maira Kalman, Christoph Niemann), giornalisti (il critico musicale Alex Ross e il direttore della Paris Review Lorin Stein), skater (Tony Hawk), ballerini (Adrian Danchig-Waring e Pontus Lidberg), cuochi (Hugh Acheson, Dan Barber, Gabrielle Hamilton) e curatori di musei (Paola Antonelli di design per il MoMA). Queste alcune delle celebrità contenute nel volume, ognuna disegnata in forma di scaffale con sopra i rispettivi libri preferiti.

Da Tolstoj a Nabokov, le opere salvate dalle mogli

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Sofia e Lev Tolstoj.)

Per quanti romanzi russi possiamo avere letto e amato, è sempre poco quel che sappiamo dei loro autori e soprattutto delle loro mogli. Abbiamo notizia e memoria di Sofia Tolstoj e Anna Dostoevskij. Delle signore Nabokov, Bulgakov, Mandelstam e Solzhenitsyn riconosciamo facilmente i cognomi e fatichiamo a ricordare i nomi. Nella migliore delle ipotesi diamo loro merito di essere state compagne e muse, ignorando spesso l’effettiva portata che la loro presenza ha avuto nella storia della letteratura russa. A colmare la lacuna arriva dall’America un importante libro dal titolo The Wives: The Women Behind Russia’s Literary Giants (Pegasus Book, $ 27,95), ovvero ‘Le mogli: le donne dietro i giganti della letteratura russa’. A firmarlo è Alexandra Popoff, giornalista e scrittrice russa che attualmente vive in Canada, figlia a sua volta di una scrittore e cresciuta con la convinzione che “tutte le mogli degli scrittori fossero coinvolte nel lavoro creativo del marito tanto quanto lo era mia madre”. Ovvero, che quella di “moglie di scrittore” fosse in sé un mestiere.

Marfa Girl, il mio film migliore. Una conversazione con Larry Clark

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine)

Prima di salutarmi mi dice: “Com’è che diceva John Lennon? La vita è quello che ti capita mentre tu stai facendo altro”.

A sessantanove anni Larry Clark ha fatto il suo film più bello. Lo penso uscendo dalla sala dell’Auditorium, al Roma Film Festival. Marfa Girl è stato presentato in anteprima e tra qualche giorno farà vincere a Clark il premio come miglior film del festival. Il primo premio nella carriera del regista per un film che non uscirà mai in sala e nemmeno in dvd – Marfa Girl si può vedere solo in streaming sul sito larryclark.com a 5 dollari e 99 centesimi. “Ho deciso di metterlo direttamente in rete per mandare Hollywood a quel paese”, ha dichiarato Larry Clark dal primo giorno che ha messo piede a Roma, passando una settimana a rilasciare interviste in cui imprecava contro produttori e distributori, facendo nomi e cognomi di chi a oggi gli tiene bloccati film che forse non girerà mai, “perché sono pensati per essere interpretati da ragazzini che tra un anno non saranno più ragazzini”.

Generazione Amleto

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Roberto Herlitzka in Ex Amleto.)

L’Ex Amleto di Roberto Herlitzka è uno spettacolo di struggente bellezza. In scena nei giorni scorsi a Roma, al Teatro Lo Spazio, e dal 26 novembre al Teatro Franco Parenti a Milano, è un monologo adattato da Shakespeare in cui l’Amleto diventa Ex ed Herlitzka è sul palco da solo. Niente scenografie né costumi, solo una sedia, una spada, la cornice di uno specchio e un teschio. Che non prende in mano mai. Lo spettacolo dura un’ora e mezza, e in quell’ora e mezzo vedi anche la Danimarca. Così Herlitzka: “Mi sono inventato Ex Amleto perché l’Amleto in scena non sono mai riuscito a farlo. Almeno una volta, potrò dire tutte le sue battute di fila”.