L’ultima luce prima della fine: intervista a Edna O’Brien

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

“La luce della sera, Lissadell, grandi finestre aperte verso sud, due ragazze in kimono di seta, entrambe belle e una una gazzella. Sono versi di W.B. Yeats, è l’inizio di un poema scritto per due ragazze, due sorelle, Constance Gore-Booth e sua sorella Eva. E Lissadell è la casa dove abitavano”. Edna O’Brien cita a memoria pochi versi di Yeats, spiegando con metrica e parole la scelta del titolo del suo romanzo, La luce della sera (Elliot, pp. 320, 17,5o). Poi aggiunge che la luce della sera è quella che vediamo prima della notte, l’ultima luce che illumina e risplende prima della fine.

Come Werner Herzog

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Questo racconto di Tiziana Lo Porto è stato pubblicato nel blog Coccodrilli dal cilindro ideato e gestito da Silvia Cannarsa, Norma Rosso, Nicolas Lozito e Alessandro Lusitani, studenti della Scuola Holden di Torino. L’illustrazione è di Ettore Mazza.

C’è mia sorella che mi chiede: se potessi scegliere una persona, una tra tutte, chi intervisteresti? Werner Herzog dico subito. Dice ok e non mi chiede perché.

Qualche mese dopo leggo da qualche parte che Herzog verrà in Italia a passare quattro giorni nelle Langhe, a guardare i paesaggi e a fare una lezione sui paesaggi. Provo a sentire se lo posso intervistare. No, mi dicono, fa solo un’intervista ed è già concordata con un altro. E allora chiedo: posso stare lì a guardare i paesaggi con lui? Inaspettatamente mi dicono di sì. Così vado a guardare i paesaggi con Werner Herzog.

“La bella gente” che racconta l’Italia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Quando nel 2010 era uscito in Francia, accolto con successo da pubblico e critica, nessuno avrebbe potuto prevedere che sarebbero passati anni prima di vederlo nelle sale italiane. La bella gente è un bellissimo film italiano che con cinque anni di ritardo esce in Italia (il 27 agosto distribuito dall’Istituto Luce-Cine).

Il film racconta uno spaccato del paese che se nel 2010 appariva attuale agli occhi del suo primo pubblico francese, lo è ancora di più oggi, tornato dal recente passato a fare da specchio a un’Italia sempre più affossata in problemi sociali completamente irrisolti.

Il grande deserto americano

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

È stato immortalato dalle foto di Paul Strand e Anselm Adams, dai quadri di Georgia O’Keeffe e da un’infinità di canzoni country. Lì sono andati a vivere D.H. Lawrence e Cormac McCarthy, Frank Lloyd Wright e Dennis Hopper, Tony Hillerman e Bruce Nauman. E come loro decine di scrittori, artisti, architetti, musicisti, attori o registi che nel Southwest americano hanno deviato, temporaneamente o definitivamente, il corso di arte e vita.

Se nell’ottocento ci si andava per amore del pericolo, o per forgiare il carattere, il secolo dopo è diventato meta di chi va in cerca di spiritualità e armonia. Gli indiani navajo lo chiamano hozho, e si traduce “camminare nella bellezza”, o anche “essere in armonia con ogni cosa”, paesaggi inclusi. Si dice che le montagne del Southwest d’America siano sacre. “Se le montagne ti sono ostili te lo dimostreranno”, è una delle cose che ti vengono dette se ti trovi a passare qualche giorno nei paraggi di una delle infinite montagne della regione. E a quel punto l’unico desiderio che hai è compiacerle. Stabilisci una relazione quasi privata con la montagna che hai a portata di sguardo, e dopo qualche giorno di frequentazione diventa parte della tua vita al pari di una persona. Se non è la spiritualità ad averti avvicinato alla natura, di sicuro la natura del Southwest ti porta a essere più spirituale.

Amore e scrittura: intervista a Scott Spencer

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

L’amore è o non è. È l’indubbia impossibilità di rimanere divisi. È l’assenza di compromessi. Esiste solo al tempo presente (non è amore se è stato o sarà). È senza fine. Lo racconta magistralmente Scott Spencer in un romanzo pubblicato in America nel 1979 e oggi felicemente riproposto in Italia. Il libro si chiama Un amore senza fine (traduzione di Francesco Franconeri, Sellerio, pp. 592, 15 euro), venerato da lettori, critica e colleghi scrittori alla sua uscita e negli anni a venire. Un libro di culto che si rivela ancora oggi pieno di grazia, in ogni pagina, evento o sentimento raccontato.

Un libro per riappropriarsi di sé

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Lei stessa spiega che non è un libro d’arte né uno scrapbook. “È un libro per i fan”, dice. Poi si domanda: “Posso fare un libro per i fan di me stessa?” Titolo, autrice e protagonista del libro Chloë Sevigny (Rizzoli International, prefazione di Kim Gordon, postfazione di Natasha Lyonne, pagg. 230, $ 35), l’attrice di recente ha raccontato al New Yorker come l’idea di fare il libro le sia venuta durante un viaggio in Giappone.

Le foto prima di Internet

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(fonte immagine)

Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

Nell’era che precede internet, quando non esisteva Instagram né altri social network e la vita privata era e restava privata, le foto venivano affidate a piccole cornici o album di famiglia, confinate tra le pareti di casa, a uso e consumo di parenti e pochi amici, a prescindere dal grado di celebrità dei soggetti fotografati.

Storie dal mondo: intervista a Francesca Marciano

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Più facile incontrarla su una spiaggia indiana o in partenza per 
qualche destinazione ignota, Francesca Marciano è italiana ma emana
 il fascino dell’altrove. Un “altrove” desiderato fin da bambina e poi
 trovato, prima a New York e più tardi in Kenya. Un altrove che è
 anche uno stile, un punto di vista, una lingua altra con cui
 Marciano ha scritto tutti i suoi libri (successivamente tradotti in
 italiano). Francesca Marciano è 
uno dei nostri più clamorosi casi editoriali: quando nel 1998 uscì 
Rules of the wild (Cielo scoperto) fu un vero e proprio un best seller 
in America, convincendo anche il New York Times che lo definì “degno di 
Flaubert” e dotato di una “notevole forza narrativa”. Il libro,
 ambientato in Kenya, venne pubblicato con successo in 17 paesi, e solo 
in seguito tradotto in Italia, dalla sorella dell’autrice.

Piccole storie di famiglia: intervista a Maya Forbes

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

C’è una grazia particolare che si manifesta nei piccoli film autobiografici. Film di finzione che hanno la consistenza sentimentale di certi filmini di famiglia girati da genitori desiderosi di fermare il tempo, di consegnare il presente al passato in forma definita per richiamarlo in vita all’occorrenza. Teneramente folle (dal 18 giugno in sala per Good Films), impeccabile opera prima della sceneggiatrice e regista americana Maya Forbes, è uno di quei film.

Dei Forbes Maya ha ereditato il cognome, sostituendo felicemente all’opulenza della famiglia del padre una ricchezza di parenti artisti: una sorella cantante (China Forbes dei Pink Martini), una figlia attrice (Imogene Wolodarsky, in Teneramente folle al suo esordio nei panni della madre da bambina), un marito sceneggiatore (Wally Wolodarsky). “Il prossimo film lo sto scrivendo con mio marito Wally e lo dirigeremo insieme”, racconta la regista, “sarà interpretato da Jack Black, e sarà pieno di canzoni. Una la scriverà sicuramente mia sorella”. Poi spiega la sua idea di cinema di famiglia che insieme al marito porta avanti: “Si tratta di lavorare insieme, di scrivere insieme le storie e girarle insieme”. Spiega anche che “le piccole storie di famiglia” sono la ragione per cui ha iniziato a fare cinema. “Ed è quello che ho sempre voluto fare: piccole storie familiari che hanno a che fare con il vissuto e che permettono di stabilire un contatto emotivo e sentimentale con il pubblico”.

Bernardo Bertolucci racconta il fratello Giuseppe

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Dal 18 al 24 maggio si terrà a Roma la prima edizione del festival “Giuseppe Bertolucci – il suo cinema, il suo teatro, la sua televisione”. Questa intervista a Bernardo Bertolucci sul fratello Giuseppe è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica.

“Gadda venne due o tre giorni a Baccanelli, dove abbiamo passato l’infanzia, io fino agli undici anni, Giuseppe fino ai sei. Molto sussiegoso com’era lui, Gadda parlava con Giuseppe e avvicinandoci abbiamo scoperto che dava del lei a Giuseppe di sei anni. E la cosa naturalmente ci esilarò tutti. Nessuno, o forse solo mia mamma, gli disse di passare al tu. Era troppo divertente sentirlo trattare Giuseppe così, come un adulto, e lo lasciavano fare”. Per ricordare il fratello Giuseppe a sei anni, Bernardo Bertolucci non avrebbe potuto trovare episodio più bello, rievocando con grazia e spontanea allegria l’atmosfera che si respirava crescendo con il padre poeta, Attilio Bertolucci.