“Fosse stato per me non sarei mai diventato regista”: intervista a Ettore Scola

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Ieri sera è mancato Ettore Scola, uno dei grandi maestri del cinema italiano e mondiale. Per ricordarlo riproponiamo un’intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo uscita sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo

Del tessuto giovanile rammenta le striature: “Lo sceneggiatore deve essere un po’ sarto e un po’ puttana. Se vuole che il vestito venga bene deve tener conto di chi lo indosserà, regalargli delle gioie, farlo sentire amato”. Del mestiere di regista che lo ha candidato all’Oscar 4 volte e reso venerato maestro (“ma non mi ci sento, in fondo Arbasino e Berselli li avevo letti poco”) ricorda il timbro dei suoi eroi minori: “Anche se nei progetti che scrivevamo non pulsava mai il pregiudizio, non si può negare che i protagonisti dei nostri film non fossero spesso degli stronzi” e il sollievo di abbandonarlo a tempo debito: “Il regista è uno schiavo. Fa un lavoro lungo, noioso, ripetivo e scandito da orari canini. Si sveglia all’alba e quando è buio, trotta ancora per preparare il giorno successivo. Appena potevo fuggire, fuggivo. Con l’età, la pigrizia ha superato qualunque altra considerazione. Quando mi chiedono perché non giro più rispondo seccamente: ‘Mi sono preso un decennio sabbatico’”.

L’amarezza italiana

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Questo pezzo è uscito su Artribune.

Manca l’amarezza.

L’amarezza italiana, il vero tratto distintivo della nostra identità culturale – che infatti abbiamo quasi completamente smarrito nell’ultimo trentennio. L’amarezza che viene dall’essere posizionati costantemente oltre (e dietro) il fallimento personale e collettivo. Dall’essere dopo la fine, e quindi realmente liberi.

L’amarezza di Borromini (non di Bernini, per esempio), di Mastroianni, di Manfredi; di De Chirico e di Savinio; di Ungaretti; di Carlo Levi e di Primo Levi; di Foscolo; di Svevo; di Slataper; di De Gasperi; di Rossellini; di Parise; di Volponi; di Petri; di Pietrangeli; di Tognazzi; di Sciascia. Di Burri e di Fontana. Di Bianciardi, Mastronardi, Parini.

Silenzio, parla la massoneria

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Studio e invitiamo i lettori e le lettrici domani alle 19 alla libreria Marco Polo di Venezia: Michele Masneri presenta Addio, Monti con Gianni Montieri.

Non capita tutti i giorni di ricevere un invito stampa a una conferenza della Gludi – Grandi logge Unite d’Italia, organizzato con grande efficienza da una “acaciamagazine.org”, «agenzia di stampa massonica, testata ormai affermata nel mondo del web», come recita l’invito-comunicato. Naturalmente, si va. La location è simbolica: l’Hotel Cicerone, a Roma, deep quartiere Prati, alle spalle di Piazza Cavour. Già quartiere molto massonico: studiato dai perfidi piemontesi a fine Ottocento con grandi boulevard, nessuno dei quali inquadra San Pietro, e alte facciate a impallare la Basilica. Vanta inoltre una presenza di chiese molto inferiore alla media cittadina; e i nomi delle strade tutti provocatoriamente dedicati a personaggi storici della Roma repubblicana e imperiale, poeti latini e eroi risorgimentali, e addirittura una piazza e una via intestate al cattolico adulto Cola Di Rienzo, nobile medievale che tentò di ripristinare la repubblica romana.