E la statua del Bernini vola da Roma ad Agrigento per la sagra del mandorlo in fiore

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Questo articolo è uscito su Repubblica.

Quando vedremo la Vocazione di Matteo di Caravaggio esposta alla sagra del tartufo di San Miniato? E la Pietà di Palestrina di Michelangelo spedita a quella della Sardella, a Trieste? Non deve mancar molto, perché tra dieci giorni un Bernini monumentale sarà prestato alla Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento.

Un biglietto per la nostra storia?

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Questo articolo è uscito su Repubblica. Ringraziamo la testata e l’autore.

La domanda è: ci conviene mettere a biglietto tutto il «patrimonio storico e artistico della Nazione» (art. 9 Cost.)? È saggio far pagare chi desidera andare a deporre una rosa sulla tomba di Raffaello, o un pensiero su quella di Vittorio Emanuele II, entrambi sepolti nel Pantheon di Roma, che è contemporaneamente un monumento archeologico, una chiesa consacrata, un sacrario civile? La modernizzazione comporta necessariamente biglietterie all’ingresso di tutte le chiese storiche, dei conventi, delle biblioteche, degli archivi, degli ospedali monumentali, e domani magari alle porte di intere città, come Venezia?

Così Giotto tradì la missione di San Francesco

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Questo pezzo è uscito su Repubblica.

Quale Francesco? Quello del meraviglioso testamento, che «con un soprassalto di disperata energia» vuole ancora i suoi frati «illetterati e sottomessi a tutti», o quello clericale e conformista degli affreschi in cui Giotto impagina una storia riscritta da san Bonaventura (capo dell’ordine, ma anche cardinale), e bollata dalla Curia romana?

Quello davvero minore, che si firma «frate Francesco piccolino, vostro servo» e passa la vita tra i lebbrosi e gli ultimi di ogni specie,o quello che è celebrato per sempre sulle pareti della Basilica superiore di Assisi (circondato da cavalieri vestiti di vaio, cardinali e pontefici coperti d’oro e di porpora),cioè il Francesco reso letteralmente inimitabile dal miracolo delle stimmate, e dunque in qualche modo sterilizzato, depotenziato, disinnescato? E i suoi veri seguaci sono quelli rasati e calzati che studiano, posseggono e scalano la gerarchia fino al soglio pontificio, o sono i frati scalzi, barbuti, disposti a seguire il grido modernissimo di Francesco: «Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà»?

Paesaggio italiano, oggi

Luigi Ghirri Reggio Emilia (1973)

  Questo pezzo è uscito, in forma leggermente diversa, su “Artribune”. (Immagine: Luigi Ghirri, Reggio Emilia, 1973) Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. (…) Giacomo Leoparti, La sera del dì di festa (1819-’21) Una […]

L’Italia nella pittura di paesaggio

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(Nell’immagine il dipinto Fuga in Egitto (1609), di Adam Elsheimer)

Questo pezzo è uscito su Repubblica.

«Esiste ancora l’Italia? Quella misteriosa concrezione di natura e di storia che, rivelandosi, non poteva non cambiare gli artisti e il mondo? L’Italia del Rinascimento e della Maniera Moderna di Raffaello che divenne modello all’Europa, l’Italia dell’antichità che i neoclassici intesero come dimora, come approdo ritrovato per sempre. E l’Italia della Natura, quando l’uomo moderno, divenuto viandante, inseguiva un altrove che coincideva con luoghi reali. Luoghi che non erano privi di passato e memoria, ma che venivano ora investiti da un sentimento così dirompente da fare emergere, ancora in Italia, il volto moderno della pittura». È racchiuso in questo brano il senso dell’ultimo libro di Anna Ottani Cavina, che è una storia del paesaggio come protagonista della pittura: Terre senz’ombra. L’Italia dipinta, che esce nella collana Imago di Adelphi, inaugurata poche settimane fa da Paura reverenza terrore di Carlo Ginzburg.

Il supermercato del passato tra Disneyland e folclore

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Il più grande Luna Park d’Italia è il passato: specie d’estate, quando la Penisola è attraversata da decine, forse addirittura da centinaia, di feste ‘medioevali’. Da ben venticinque anni Monteriggioni «di Torri si corona», ma nel frattempo un numero incredibile di località toscane meno note (da Malmantile a Momigno, da Fosdinovo a San Casciano, a Scansano con la sua «Giubilanza») ha preso ad offrire, in agosto, un temporaneo ritorno all’Età di Mezzo. Ma non è solo la Toscana: dal Piemonte (con Novara e Pernate) alla Puglia (Altamura), dalla Romagna (Brisighella) alla Campania (Vairano Patenora), dall’Abruzzo (Pizzoli) alla Sicilia (Randazzo) gli italiani sembrano felicissimi di abbandonare il presente per sprofondare nei cosiddetti secoli bui.

Musei, oltre la propaganda

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Questo articolo è apparso su la Repubblica (nella foto: il Parco Archeologico di Baratti e Populonia. Fonte).

Tutti parlano dei venti supermusei, e delle (per me assai discutibili) nomine dei superdirettori appena fatte. D’accordo: gli Uffizi, Brera, la Galleria Borghese o l’Archeologico di Napoli sono la punta di diamante del nostro patrimonio artistico: ma è bene ricordare che ne conservano una percentuale minima. Sono invece gli organi pregiati di un corpo le cui cellule sono le infinite, piccole istituzioni culturali che innervano la Penisola. E guardare alle microstorie del patrimonio significa trovare, lontano dai riflettori, storie di successo: buone pratiche del tutto trascurate dalla macchina politico-mediatica, ma non dai visitatori.

La moda in Galleria

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Questo pezzo è uscito su Repubblica.

(fonte immagine)

Tra i più miracolosi organismi artistici creati nella storia occidentale, la Galleria Borghese è scaturita dall’ispirata collaborazione tra arti, epoche e stili diversi. Il risultato è un contesto perfetto, in cui ogni aggiunta è una diminuzione. È per questo che – a Villa Borghese più che altrove – ogni mostra dev’essere necessaria.

La sagra paesana del David

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Questo articolo è uscito ieri su Repubblica – Firenze.

(fonte immagine)

Se questa città – o questa Regione – avessero un assessore alla cultura, il primo provvedimento da assumere sarebbe una moratoria del David.

La monocultura del Gigante è la quintessenza della monocultura del Rinascimento che mangia il futuro di questa città. Non c’è soluzione di continuità tra l’infimo merchandising (dai grembiuli da cucina per casalinghi disperati alle mitiche cartoline col pisello marmoreo) e la scadente politica culturale che strumentalizza un capolavoro del più terribile e impervio maestro della nostra storia dell’arte: che, se tornasse in vita, maledirebbe tutti coloro che gli infliggono – per usare le sue parole – questo danno e questa vergogna.

Le magie di un illusionista: i segreti della Cappella Cornaro

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Questo articolo è uscito su Repubblica.

Gian Lorenzo Bernini, probabilmente, non avrebbe apprezzato: come tutti i maghi, non svelava i suoi trucchi. Ma è impossibile star lontani dai ponteggi su cui Giuseppe Mantella e Sante Guido (tra i migliori restauratori di scultura che conti l’Italia) stanno pulendo la Cappella Cornaro, nella chiesa romana di Santa Maria della Vittoria: dove Teresa d’Avila geme di piacere e muore per sempre, eternamente trafitta dalla freccia infuocata dell’amor di Dio.

La Cappella è un palcoscenico gremito di attori, pietrificati all’apice dell’azione drammatica. Entrarci vuol dire toccare le ‘toppe’ fantasmagoriche con cui il regista ha rimediato alle lacune dei già spettacolari, coloratissimi marmi antichi, rendendoli ancora più pirotecnici. Vuol dire scoprire che è stato lui in persona, Bernini, a scolpire il grande capitello della parasta di sinistra: tra le cui foglie si contorce un minuscolo alberello, spettacolarmente autografo.