Gezi Park visto dagli Etcetera

madri

Questo pezzo è apparso su Artribune.

di Santa Nastro 

Giorni roventi a Istanbul. Per la società, ma anche per l’arte. Qual è il ruolo di quest’ultima e come sta interagendo il mondo della creatività con i ben noti movimenti di protesta? Ne abbiamo parlato con chi la Turchia la conosce bene, gli artisti del gruppo Etcetera che a Istanbul hanno vissuto a lungo e sono stati a Bologna in occasione del Premio Internazionale di Arte Partecipativa.

Per alcuni questa intervista potrebbe apparire un po’ fuori luogo dal momento che la nostra è una rivista d’arte e decidiamo di parlare di politica, con uno sguardo rivolto in particolare ai fatti di Istanbul. Perché invece chi la pensa così si sbaglia? Quale deve essere il ruolo dell’arte nello scenario dell’attualità?

Wow… L’arte per l’arte non ha in se stessa un ruolo specifico, così come altre espressioni umane – la scienza, la medicina, la filosofia – è un esercizio. Il ruolo, in ogni caso, appartiene al soggetto, al gruppo, o alla società che produce questa forma di arte. Un’altra cosa è la funzione sociale dell’arte quando questa eccede i limiti della rappresentazione, quando trasforma se stessa e diventa un oggetto pubblico, una materialità costruita per tutti.

Col PIL che cresce del 4,2% la Turchia ringrazia Allah e l’Europa

suleymaniye-mosque-tour-1

Pubblichiamo un reportage di Matteo Nucci, uscito sul «Venerdì», sulla Turchia.

A un certo punto, dopo quasi una settimana di strade turche, risalendo la costa di quella che sui libri abbiamo studiato come Asia Minore, in un paesino sul mare di nome Gelibolu, di fronte a un raki che l’uomo ha voluto assolutamente offrirci, la domanda è lapidaria: “ma che fine ha fatto lo stile italiano? che fine ha fatto l’Italia? Il bunga bunga, sì, Berlusconi, certo, l’Europa. Eppoi? Qui siamo colpiti perché non si muove più nulla da voi, neppure al nord! Eravamo abituati allo stile italiano, sia nell’aspetto che nel dinamismo. E ora? Che è successo all’Italia?” L’uomo lavora in una ditta di import-export. Si chiama Serkan Palaur. È di Istanbul ma passa le ultime vacanze nella penisola di Gallipoli, dove il padre della patria, Kemal Mustafa, più tardi detto Atatürk, si fece per la prima volta conoscere dal mondo, tra il 1914 e il 15, diventando protagonista della vittoria sul tentativo di invasione di inglesi e francesi. “Che fine ha fatto lo stile italiano?” ripetiamo insieme a lui brindando al futuro. Serkan Palaur è così felice di vedere due italiani lì, a Gelibolu, nella sua trattoria preferita, che non ammette repliche. Il raki a inizio pasto va bevuto e lo deve offrire lui. Ma troveremo noi una risposta, prima che sia finito il pranzo? Ride, si sbraccia, ordina cose incomprensibili al cameriere. Infine, quando si alza, ridendo ci passa un bigliettino da visita con i suoi numeri. “Ci vediamo a Istanbul, se avrete trovato una risposta…” poi ride “Ma anche se avrete bisogno di qualcosa”.

E il muro è la soluzione

grecia_4

Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

ORESTIADA (Grecia). Sono in cinque e avranno vent’anni. Camminano sul ciglio dell’asfaltata, passano davanti a un caffè dove uomini seduti li guardano senza sorpresa. “Quanto manca alla città?” chiede uno di loro, il volto scavato dalla stanchezza “Un chilometro? Ancora uno?”