Siamo ancora a Twin Peaks. Spazi culturali e paesaggi sociali

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(Immagine: Angelo Iannaccone) di Chiara M. Coscia e Nicola Cucchi  Quando ci si avvicina a Twin Peaks lo si fa sempre con un misto di timore reverenziale e conscia rassegnazione,  poiché ci troviamo di fronte a IL prodotto televisivo del secolo scorso (e forse anche di quello a venire), nonché la serie TV che ha cambiato […]

Le porte del male in Twin Peaks

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Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui

di Michele Casella

Qualora i concetti di spazio e di tempo in Twin Peaks abbiano un significato assimilabile a quello del nostro mondo, esistono un preciso istante e un preciso luogo in cui lo spirito razionale dell’agente speciale Dale Cooper riesce a penetrare la coltre di mistero in cui è immersa questa particolare cittadina.

All’interno del Ghostwood National Forest, a meno di cinque chilometri dal confine fra lo Stato di Washington e il Canada, il buon Dale segue le tracce di Windom Earle, sua nemesi dalla «mente simile a un diamante: fredda, dura e brillante»[1]. Da poche ore l’ex collega ed ex migliore amico di Cooper ha rapito Annie Blackburn, la fanciulla interpretata da una giovane Heather Graham, trascinandola nell’oscurità della Loggia Nera. E proprio nel bosco, all’ombra dei rami dei sicomori, Dale attraversa lo spazio invisibile che unisce i due mondi, spezzando i confini dell’irrazionale grazie ad un intreccio di intuizione, spirito di analisi, coraggio. E paura.

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 11: Inland Empire

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui le puntate precedenti.

Luce su Inland Empire

«Harry, non ho idea di dove questo ci porterà, ma ho la netta sensazione che sarà un posto meraviglioso e insieme strano»
(l’agente Cooper in Twin Peaks, 1990)

Mentre girava Inland Empire, nel 2005, Lynch confessò di lavorare senza un copione, e di scrivere il film «scena per scena», concludendo: «non ho un’idea precisa di dove andrà a finire. È un rischio, ma ho la sensazione che, poiché tutte le cose sono collegate, quest’idea qua, in quella stanza, si collegherà in qualche modo con quell’idea che sta nella stanza rosa». Il risultato, uscito nel 2007 con la lunghezza di 180 minuti, è forse il film strutturalmente più complesso della storia del cinema. È facile scambiare questa complessità per confusione, pressappochismo improvvisativo, bricolage d’“autore”[1]; così, alla luce di dichiarazioni come quella citata, anche il più accanito ammiratore del cinema di Lynch è tentato di arrendersi: «stavolta hanno ragione; il maestro si è lasciato andare all’autocompiacimento. Chi vuole prendere in giro? Si è ridotto come il vecchio Dalì che firmava litografie di orologi sciolti con la mano rattrappita. È finito».

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 10: Mulholland Drive

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui le puntate precedenti. 

Ancora attraverso lo specchio: decifrare Mulholland Drive

«Il fatto che noi crediamo che un essere partecipi a una vita sconosciuta in cui il suo amore ci farà penetrare, è, di tutto quello che l’amore esige per nascere, ciò che più gl’importa».

Proust, Un amore di Swann

Dopo aver visto Mulholland Drive, dodici anni fa, tornai a piedi in uno stato di bollore euforico, ripensando forsennatamente al mistero che mi era stato rivelato in quella sala buia e semideserta. Non immaginavo che sarebbe divenuto uno dei film più celebrati della storia del cinema e che inevitabilmente sarebbe stato fatto in pezzi ed esaminato sul tavolo analitico da una generazione di studenti e sceneggiatori. Eppure anche lo smontaggio di ogni inquadratura non è bastato ancora a spiegare in maniera adeguata di cosa parla il film e perché è un’opera d’arte così importante (e lo è).

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 9: Twin Peaks

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui le puntate precedenti. 

Twin Peaks, il Tibet e il segreto della fiction

 

«Ogni opera d’arte riuscita è una siepe leopardiana»

Emilio Garroni

Rivedere Twin Peaks, per chi lo ha amato all’epoca della sua comparsa, fa l’effetto bruciante con cui si riguardano dalla distanza le ore aperte della prima giovinezza: gli entusiasmi acritici capaci di animare oggetti dozzinali e cibi scadenti, i momenti euforici in cui si celebrava la possibilità di altre ore infinite, e si rideva delle proprie risate. Il filtro del tempo concede uno sguardo riflessivo attraverso queste emozioni, ma non le annulla: il tema di Angelo Badalamenti, che insinuava sotto la pelle un’accogliente malinconia, è ancora capace di suscitare un brivido, anche se ci rendiamo conto che allude proprio a un turbamento che inizia, ma è destinato a restare senza nome. E l’intero Twin Peaks ­trovava nel suo inizio il suo momento più essenziale – poco importava, dopotutto, come andasse a finire, sempre più sbiadito come un’onda circolare.

Perdersi è meraviglioso, di David Lynch

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Pubblichiamo un estratto da Perdersi è meraviglioso. Interviste sul cinema di David Lynch e vi ricordiamo il doppio appuntamento dedicato al regista: stasera alla Santeria a Milano con il traduttore Francesco Graziosi e Marco Rossari e domenica al Pisa Book Festival.

Un’intervista a David Lynch
di Kristine McKenna

La seguente conversazione con David Lynch ha avuto luogo nella sua casa sulle colline di Hollywood la mattina dell’8 marzo 1992. Il giorno in cui abbiamo parlato, Lynch era appena tornato a Los Angeles da New York, dove aveva lavorato insieme al compositore Angelo Badalamenti alle musiche dell’imminente adattamento delle sua serie televisiva I segreti di Twin Peaks; il giorno seguente doveva ripartire per Berkeley, dove trascorrerà i prossimi mesi a missare il sonoro del film. Lynch è perennemente in viaggio, e non sorprende che la sua vasta casa a più piani dia la sensazione di una dimora il cui occupante è via per buona parte del tempo. È quasi spoglia – qualche sedia anni Cinquanta, un divano basso e un tavolino – dipinta con colori spenti, e non c’è nulla alle pareti (di recente Lynch ha comprato due stampe della sua fotografa preferita, Diane Arbus, ma non le ha appese). Nella cucina si trovano la sua preziosa macchina del cappuccino insieme a pile ordinate di copioni, video e libri. È la casa di un uomo indaffarato: non c’è alcuna traccia di ozio e relax.

Serie televisive che non assomigliano a romanzi

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Pubblico su minima&moralia questo pezzo sulle serie tv uscito la scorsa settimana per «Venerdì di Repubblica» di seguito al pezzo su Jonathan Franzen uscito ormai parecchi mesi fa per «Il Sole 24 Ore» poiché mi sembra che si affronti, da punti di vista speculari, il medesimo problema.

Soltanto un mondo che cerca nella fuga dalla realtà il proprio stabile rifugio può scambiare dell’ottimo intrattenimento per una forma d’arte. Così, dopo un avventuroso articolo del «New York Times» che celebrava  The Sopranos paragonando l’inventiva del suo autore a quelle di Dickens e addirittura Shakespeare, anche nella festosa cassa di risonanza di cantonate altrui che è l’Italia (ultimo Aldo Grasso, ma in buona compagnia) ha cominciato a farsi largo l’idea: le nuove serie tv americane avrebbero sostituito la letteratura nel compito che essa ha svolto negli ultimi due secoli, visto che Mad Men o Six Feet Under funzionerebbero secondo schemi narrativi simili a quelli che muovono romanzi come Illusioni perdute o Guerra e Pace.

I segreti di Twin Peaks (II parte)

di Paolo Pecere 3. Si tratta di un’ipotesi, forse astrusa. Ma per metterla alla prova, o almeno capirla meglio, si deve almeno mettere a fuoco questo rapporto interno realtà-finzione proprio del cinema di Lynch (che tuttavia, si è visto, pare riflettere, nei suoi termini storicamente contingenti, una più generale caratteristica del rapporto realtà-finzione, dalle pitture […]

I segreti di Twin Peaks (I parte)

Prima di Lost e Six Feet Under, e di Sopranos e Dottor House e degli altri telefilm per i quali sono state scomodate in maniera piuttosto maldestra parentele con Dickens e con Balzac (mentre magari trattasi di epopee audiovisive realizzate finalmente bene, cioè tutta un’altra cosa), alla base dell’ultima rivoluzione del piccolo schermo, dicevamo, c’era […]