“American Hustle” – tornare sui propri passi per capire dove abbiamo sbagliato

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Ringraziamo Oscar Iarussi e la rivista il Mulino che, proprio in questi giorni, ospita in homepage – tra le molte cose interessanti – questa riflessione che parte dal cinema e arriva più lontano.

di Oscar Iarussi

Nelle sale in queste settimane, ora anche col viatico delle dieci nomination agli Oscar, American Hustle di David O. Russell è molto di più che una variante malinconica con tocchi virulenti alla Scorsese di La stangata, la commedia che quarant’anni fa mise insieme Paul Newman e Robert Redford conquistando le platee di mezzo mondo. InfattiAmerican Hustle è lì a ricordarci che “l’apparenza inganna”, come recita la seconda parte del titolo nella versione italiana, didascalica ed efficace. Ambientato alla fine degli anni Settanta nella Atlantic City dei casinò in disarmo cara a Bob Rafelson e a Louis Malle, il film si conclude con una sorta di elogio della realtà.

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Il vortice di immagini in cui affoghiamo non ci chiarisce le idee. Amplifica l’ambiguità, ricopre gli eventi di una torbida patina spettacolare. Il video del bambino padovano trascinato dagli agenti di polizia viene condiviso e commentato da migliaia di utenti sui social network, prima di essere ingoiato dalla televisione. Eppure le dinamiche profonde della vicenda umana rimangono ignote, in mancanza di uno sguardo etico che si assuma la responsabilità di approfondire, con pudore e precisione, lontano dai riflettori. Nel tritatutto di Blob appare Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, che azzarda un’analisi semiotica in un tribuna pomeridiana: “Il filmato fa troppo effetto per via dell’audio, quelle urla della zia e del bambino. Provate a cambiargli colonna sonora”. I blobbisti eseguono alla lettera, sovrapponendo alle immagini il nostalgico elogio dell’infanzia calcistica di De Gregori. Le parole “Nino non aver paura” scorrono mentre il bambino scalcia, per liberarsi dalla stretta dei poliziotti.