Rock e cinema. Che cosa resta

brewviews_wildatheart.widea

È da poco uscito il nuovo numero di “Cineforum” con – tra le molte cose – un inserto su cinema e rock con scritti di Roberto Manassero, Matteo Marelli, Simone Emiliani. Invito i lettori di m&m a leggere la rivista e visitare il sempre attivisimo sito di Cineforum. Ringrazio il direttore Adriano Piccardi per avermi interpellato sul tema. Questo il mio intervento.

Quale futuro ha il già ambiguo sodalizio tra cinema e rock ora che Brown Sugar è diventata musica da aeroporto e le note di John Lennon accompagnano senza imbarazzo le pubblicità di banche e compagnie assicurative?

Ci ha messo mezzo secolo e forse anche meno, il genere che nacque dal magnifico furto di Elvis Presley ai danni di Chuck Berry e forse iniziò a suicidarsi coi Sex Pistols durante il Giubileo d’argento della regina Elisabetta, per invertire l’onere della prova davanti all’opinione pubblica (se ai benpensanti degli anni Cinquanta che guardavano l’Ed Sullivan Show doveva dimostrare di essere socialmente accettabile, adesso un rocker che compaia su uno schermo televisivo – all’Isola dei famosi ci è finito perfino Johnny Lydon – è reazionario fino a prova contraria).

Free Pussy Riot

Pussy_Riot_Still_2

Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull’ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

Berlin calling

muro-berlino

Francesco Longo recensisce «Berlino Zoo Station» di Massimo Palma (Cooper editore).

Berlino chiama. Filosofi, rockstar, turisti e giraffe rispondono. Si possono sempre leggere le città come testi, e ognuno può interpretarle semplicemente percorrendole a piedi o scegliendo una panchina da cui ammirarle. Se ogni guida di un luogo offre un’interpretazione nuova, una metropoli come Berlino, città contraddittoria, sdoppiata e ricucita, ha bisogno di tante letture e moltissime versioni per essere sviscerata e vissuta pienamente. L’ultimo libro che scandaglia il senso profondo di questa equivoca capitale è stato scritto da Massimo Palma e si intitola, in modo emblematico, Berlino Zoo Station (Cooper editore, pp. 224, 13 euro).

Bisogna dire subito che questo testo provoca vertigini ed è una guida fedele della città proprio perché di continuo fa smarrire il lettore. Per inseguire le curve a gomito della storia di Berlino, e per restituire i conflitti lancinanti che l’hanno ferita – e da cui è risorta mille volte – si deve, per forza, stordire e disorientare chi legge. Massimo Palma ammette subito che il filo d’Arianna che offre per affrontare questo groviglio di emozioni e di strade è un filo danneggiato. Ecco la tesi spericolata da cui tutto ha origine: «Un filo rosso, spezzato, conduce dal 1991 degli U2 al 1806 di Hegel attraverso eventi apparentemente distanti e protagonisti disparati». Questo sottofondo captato dall’autore sarebbe precisamente uno spirito animale che ciclicamente si fa sentire in città.