Il libro di Johnny: l’epica secondo Beppe Fenoglio

beppe1

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.
È una delle opere più straordinarie fra quelle prodotte dalla letteratura italiana del Novecento eppure è rimasta per quasi sessant’anni sepolta nell’oblio, perduta nella dimenticanza in cui finiscono certe grandi incompiute, obliterata da una serie di contingenze finalmente spazzate via. Oggi appare con un titolo biblico e soprattutto epico. Poiché epico fu il lungo romanzo a cui Beppe Fenoglio lavorò come alla sua opera più ambiziosa e che, per questioni editoriali, non vide mai la luce. S’intitola Il libro di Johnny (a cura di Gabriele Pedullà, Einaudi, pp. LXXXI e 791). È la pubblicazione più importante dell’anno. Ma per capirne la portata dobbiamo cominciare da lontano.

Sogni che il denaro può comprare. Il romanzo di Alan Pauls.

pauls_0113

Pubblichiamo la postfazione di Giorgio Vasta a Storia del denaro di Alan Pauls uscito in questi giorni per le edizioni SUR. Il romanzo conclude la “trilogia della perdita” dello scrittore argentino, dopo Storia del pianto (Fazi, 2009) e Storia dei capelli (SUR, 2012). (Fonte immagine)

Ricostruire un albero genealogico sostituendo alle ramificazioni familiari i flussi di denaro. Mettere da parte la superstizione ingenua delle storie individuali e dei loro incroci e dare forma a una stirpe collocando semplici transazioni economiche al posto di matrimoni nascite e morti. Pensare alla propria origine come a un investimento, molto probabilmente avventato, a tutta la propria vita come a uno scoperto che la banca ci segnala allarmata ma che si rivela incolmabile (noi versiamo, continuiamo a versare ma lo scoperto non si riduce, al contrario progredisce, si fa abisso).

Sognando Itaca

JimGolden

Questo pezzo è uscito sull’Espresso. (Fonte immagine: Jim Golden.)

Le hanno regalato un iPhone. Ha imparato a usarlo, c’è voluto poco, pur non avendolo mai avuto in mano era come se ne conoscesse ogni più minuta funzione. Rendendosi conto che è un oggetto tecnologicamente potentissimo ma fisicamente fragile ha deciso di comprare un involucro protettivo di gomma. Ha raggiunto un negozio che vende accessori, si è guardata intorno, ha scelto una custodia che riproduce la grafica di una musicassetta – il telaio nero, l’etichetta adesiva rettangolare al centro, il nastro parzialmente avvolto da una parte, persino il marchio TDK e il numero 180 a indicare i minuti disponibili.

La scelta è stata naturale, dettata da una specie di istinto. Come se il movimento del braccio che si allunga e della mano che afferra la custodia individuasse il proprio motore silenzioso in quella tenerezza nei confronti delle merci che è da alcuni decenni un tratto del contemporaneo.

Svevo, Joyce: storia di un’amicizia

112_0201

Senza dimenticare il suo blog Nutopia2, ripeschiamo questa intervista che Sergio Falcone fece nel 1982 a Letizia Svevo Fonda Savio, figlia di Italo Svevo, scomparsa nel 1993.

“Un grande amico di papà fu James Joyce. Mio padre, che si recava spesso a Londra per curare da vicino gli interessi della filiale inglese della ditta Veneziani, decise di studiare bene l’inglese e di prendere una serie di lezioni da Joyce, allora giovanissimo professore alla Berlitz School di Trieste (eravamo, credo, nel 1907). Joyce cominciò a venire in villa Veneziani e a dar lezioni a mio padre e a mia madre. Durante una delle prime lezioni disse loro che era uno scrittore, che aveva pubblicato una raccolta di poesie, Chamber Music (1907) e che aveva composto un romanzo, A Portrait of the Artist as a Young Man (o Dedalus) e i racconti Dubliners. I miei genitori ne furono subito entusiasti: mamma si recò in giardino e portò a Joyce un mazzo di rose. Allora papà timidamente gli disse: ‘Sa, anch’io ho scritto; ma ho scritto due libri che non sono stati riconosciuti da nessuno’. Così ebbe inizio l’amicizia tra Joyce e mio padre, che durò, attraverso frequenti contatti personali, sino al 1915, allorché Joyce, come cittadino inglese, dovette lasciare Trieste, dato lo stato di guerra fra l’Austria e l’Inghilterra. Egli si recò dapprima in Svizzera, a Zurigo, con la moglie Dora Barnacle e i due figli, e quindi, nel ’20, a Parigi. Ma tale amicizia durò, per così dire, a distanza, anche negli anni successivi alla prima guerra mondiale”.

Scrivere pericolosamente

JamesJoyce

Ogni anno il 16 giugno si celebra il Bloomsday, una giornata per ricordare James Joyce e rievocare gli eventi dell’«Ulisse». Pubblichiamo l’introduzione di Federico Sabatini«Scrivere pericolosamente. Riflessioni su vita, arte, letteratura» e vi invitiamo a leggere una rara traduzione di Edmund Wilson su «Finnegans Wake» uscita tempo fa su minima&moralia.

di Federico Sabatini

Come ha recentemente ricordato il critico Derek Attridge, Richard Ellmann iniziava la sua monumentale biografia di James Joyce affermando che «dobbiamo ancora imparare ad essere contemporanei di Joyce». La biografia fu pubblicata diciotto anni dopo la morte di Joyce, quando la sua scrittura, specie quella di Finnegans Wake, risuonava in tutti gli ambiti della critica letteraria, e moltissimi critici si avviavano ad affrontare l’esegesi di un’opera la cui sperimentazione stilistica e narrativa non aveva precedenti. È significativo che nella seconda edizione della biografia (pubblicata nel 1982, e dunque quarantuno anni dopo la morte di Joyce), Ellmann abbia mantenuto la stessa affermazione, volendo così suggerire come la lezione di Joyce fosse ancora viva e influente a quell’epoca. Ancora oggi, dopo molti decenni, come sostiene Attridge, «Joyce continua a sembrare un contemporaneo che non abbiamo ancora assimilato in pieno». Questo si deve non solo alla sfida interpretativa lanciata da un libro come Finnegans Wake (i cui significati continuano a richiedere nuove interpretazioni e diversi metodi di indagine), ma anche alla lezione generale di scrittura che Joyce ci ha fornito a partire dalle prime opere, quelle apparentemente più «tradizionali».

Tondelli e il canto delle sirene

Il 16 dicembre del 1991, stroncato dal virus degli anni Ottanta, l’AIDS, moriva all’età di trentasei anni a Reggio Emilia Pier Vittorio Tondelli. In questo saggio uscito in forma ridotta sul settimanale «Gli Altri», Stefano Jorio indaga sulla sua poetica lacerante e contraddittoria, sulla storia di questo autore che ha segnato un’intera generazione di scrittori italiani e che rimane, a vent’anni dalla sua morte, un vero mistero letterario, umano e stilistico.

di Stefano Jorio

Ulisse piange. Da solo, su un promontorio. Alla sua entrata in scena nell’Odissea l’archetipo dell’eroe occidentale – luminoso, divino, glorioso e temerario, lo designa Omero – non sta tessendo uno dei suoi inganni e non attraversa una delle sue innumerevoli peripezie. È solo e piange, intento a fare paziente esperienza del proprio dolore.

Ulisses meets Twitter

youtubepromo3

Un tempo erano i santi a parlare con gli uccellini, adesso sono gli uccellini di Twitter ad interloquire con le divinità della letteratura. Oggi, 16 giugno, è Bloomsday: giorno in cui si svolge, e quindi si celebra, l’Ulisse di Joyce. L’opera sarà riscritta, cinguettata, sul social network che sta modificando il sistema della comunicazione mondiale: quel luogo della coscienza chiamato Twitter.