La guerra di tutti. Intervista a Raffaele Alberto Ventura

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Pochi libri aiutano a comprendere il presente come La guerra di tutti di Raffaele Alberto Ventura.

Forse solo La società della performance di Maura Gancitano e Andrea Colamedici, affrontando la contemporaneità da un’angolazione diversa, offre la stessa mole di spunti e sentieri di riflessione.

Ventura, intellettuale da anni molto apprezzato per le sue riflessioni sul blog Eschaton, ha destato molto clamore col suo libro precedente, Teoria della classe disagiata (premiato anche da un ardito adattamento teatrale), un testo che ha mostrato le già note qualità dell’autore: una notevole erudizione, una spiccata capacità di analisi, una non comune libertà da schieramenti (post) ideologici.

Sull’editoria di poesia contemporanea – #4: Franco Buffoni

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Ed ecco la quarta puntata dell’inchiesta sulla poesia contemporanea in Italia curata da Francesca Sante. Le interviste precedenti sono qui: la prima, la seconda, la terza.

Franco Buffoni è qui interpellato non come poeta, né come traduttore, né in qualità di critico, ma in un’ulteriore sfaccettatura della sua figura intellettuale, quella forse meno approfondita al momento, per quanto da sempre presente: ovvero nel suo ruolo di editor di collane di poesia e dunque di operatore culturale della poesia. Una qualità che deriva probabilmente dal suo essere mediatore culturale tra le lingue, dunque traduttore. Esemplare da questo punto di vista è l’antologia da lei curata, Italian Contemporary Poets, che lei ha voluto e curato in inglese, e che è un tipo di testo diretto e pensato più che per il pubblico di lettori di poesia per l’ambiente dell’ambasciata, dell’Istituto Italiano di Cultura e della fiera del libro, con la quale si vogliono far conoscere le varie voci italiane a un possibile mercato estero. Lei ha anche curato antologie di poeti italiani tradotte in russo, cinese, spagnolo, arabo, ebraico,per volontà del Ministero dei Beni Culturali in accordo con il Ministero degli Esteri. Qual è il senso del suo impegno come operatore culturale all’interno del mercato della poesia? Cosa ha fatto sì che intraprendesse questo ruolo?

Questo tipo di ruolo è venuto da sé, in seguito a mosse precedenti. Quindi il fatto di essere poeta, un accademico, il fatto di avere sempre frequentato come donatore di idee la piccola, la media, la grande editoria, questo ha fatto sì che in età abbastanza giovane io abbia cominciato con l’esperienza dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea che risalgono ormai ai primi anni ’90 e poi appunto alla curatela di antologie sempre mirate a un target specifico; lei ha ricordato quelle appunto in portoghese, cinese.

I mondi immaginari e la ricerca di un’iniziazione

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Il pezzo che segue è stato scritto aggregando gli spunti emersi presso il FilosoFestival di Firenze e il simposio letterario del gruppo di ricerca interdisciplinare Oriss.

di Matteo Innocenti

La lettura dell’Impero del sogno di Vanni Santoni è stata per me una specie di folgorazione. Solo in un altro caso mi è capitata una tale immedesimazione nel protagonista, e parliamo de Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. Ma nel caso de L’impero del sogno non c’è neanche quella minima distanza temporale o geografica. Stessi luoghi, Firenze e dintorni, stessa età, nati alla fine degli anni Settanta o all’inizio degli Ottanta. Insomma, il Mella potrei essere io. E forse lo sarei stato, se avessi avuto dei genitori o degli amici diversi. O semplicemente se invece che a Firenze fossi nato nel Valdarno. Stesso immaginario: lo sterminato mondo dei giochi e del fantastico che ha avuto la sua epoca d’oro fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, gli anni in cui si è consolidata la visione a senso unico che domina oggi il pianeta. E stessi problemi, stesse turbe.

Fachinelli, Eco e l’eroina

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(Domani, a partire dalle 9.30 presso l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, si terrà un convegno sulla figura di Elvio Fachinelli. Qui tutte le informazioni.)

di Dario Borso

I.

Su “La repubblica” il 9 dicembre 1988, giorno dell’approvazione in Parlamento del disegno di legge Jervolino-Vassalli (che secondo il cofirmatario Bettino Craxi valeva a “introdurre il principio della punizione dei tossicodipendenti”) Elvio Fachinelli pubblicò I drogati e Beccaria, dove traeva la conseguenza che “qualunque consumatore di droga si troverà esposto a un ampio ventaglio di sanzioni, decise a discrezione del giudice: il drogato si trova dunque davanti alla maestà della legge”.

Don’t Think Twice, It’s All Right. Hegel, Bob Dylan e il Nobel per la letteratura

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di Francesco Campana

Il 13 ottobre 2016 è stato un giorno emotivamente impegnativo per chi ha a cuore la cultura, l’arte e la letteratura. Se ne è andato il Nobel Dario Fo, gigante del teatro, e Bob Dylan è stato insignito dello stesso premio per la letteratura. Le due figure sono certamente distanti, ma sono accomunate almeno da un aspetto: le polemiche che hanno suscitato al momento dell’assegnazione del prestigioso riconoscimento conferito dall’Accademia Svedese.

In entrambi i casi, ai preliminari riconoscimenti di rito – è sicuramente un grande attore…ha scritto delle canzoni straordinarie… – sono seguiti degli scandalizzati però,volti a criticare l’opportunità di tali attribuzioni e non di rado a screditaretout court il premio letterario in questione:però se lo meritavano anche altri poeti o scrittori; però il teatro e le canzoni non sono romanzi; però non è letteratura.

La scrittura come empatia: intervista a Elizabeth Strout

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Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

“La forma delle rovine”, complotti come opere d’arte collettive

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

Sarà capitato a tutti ascoltare qualche immonda solfa dietrologica sull’11 settembre. Confesso che, pur trovando in genere divertente e addirittura poetica la follia umana, quella storia della CIA che riempie di esplosivo le Torri Gemelle, senza che nessuno se ne accorga, ha il potere di mandarmi in bestia.

Il mai troppo compianto Umberto Eco coniò una definizione perfetta di questo tipo di fissazioni: il «pensiero pirla». Possiamo riderne, ma ci vedo anche un risvolto tragico e ripugnante. Anche in queste forme di imbecillità tutto sommato innocue, sembra realizzarsi l’incubo di Primo Levi: che nessuno creda più ad Auschwitz. È dunque con grande empatia che ho gustato la scena in cui il protagonista della Forma delle rovine di Juan Gabriel Vásquez rompe il naso a un tipico esponente dello peudo-pensiero paranoico, tirandogli un bicchiere in faccia. Ma siamo solo all’inizio del lungo romanzo dello scrittore colombiano, nato nel 1973 e già noto in Italia per altri libri, tra i quali va ricordato almeno Il rumore delle cose che cadono.

Un necrologio impossibile per Umberto Eco

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Dal nostro archivio, un intervento di Christian Raimo.

È veramente difficile fare un necrologio di Umberto Eco. Probabilmente nella glossa di qualche suo saggio, in qualcuno delle migliaia di articoli che ha sparso in più di sessant’anni di pantagruelica attività intellettuale, ci sarà un piccolo breviario su come scrivere un necrologio, un’analisi della retorica che sottostà ai discorsi che componiamo congedandoci dalle persone che ci sono state care.

Essere orfani di Eco vuol dire anche questo: rendersi conto che in un qualche modo siamo stati non solo formati dalla sua intelligenza, ma che siamo stati e siamo ancora parlati da lui. Molte delle categorie che usiamo (vedi: apocalittici e integrati), dei concetti che ci sono familiari (lo stesso termine fenomenologia è stato da lui sdoganato, a partire dal famoso saggio su Mike Bongiorno), e anche delle abitudini che abbiamo nell’approcciarci a un testo come lettori o come scrittori (che poi, grazie a lui, abbiamo capito sono due cose molto simili) sono state definite dalla sua capacità d’investigare quel mondo in cui viviamo, che altro non è che, lo ammetterà ormai chiunque abbia uno smartphone in mano, una foresta di segni.

L’arte di spaventare: intervista con Jeffery Deaver

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Questa intervista è uscita su Sul Romanzo (fonte immagine).

«Thomas Harris, Stephen King e Jeffery Deaver sono i grandi maestri del thriller», parola di Sandrone Dazieri, uno degli autori contemporanei più interessanti del panorama italiano del romanzo noir/thriller. «Questi tre autori – continua Dazieri – sono da studiare continuamente», possibilmente da vicino. Detto fatto, ho approfittato del Salone Internazionale del Libro di Torino per incontrare Jeffery Deaver, 66enne prolifico scrittore americano che è riuscito a creare alcuni personaggi che di storia in storia (il romanzo seriale Deaver lo scriveva già negli anni ’90) hanno attraversato vent’anni, risultando ancora vividi e necessari per i milioni di lettori che, in ogni angolo del pianeta, attendono il prossimo romanzo di Jeffery Deaver.

Lo incontro nella hall di un hotel nato dal recupero di una porzione del Lingotto di Torino, dove di solito vengono accolti gli ospiti più prestigiosi del Salone: un rincorrersi di cristalli e travi in ghisa, candidi divani dalle forme compatte e poltrone in rattan dalle spalliere fuori misura e dai cuscini color melanzana.  È proprio in una di queste sedute inconsuete, che fanno pensare al setting di Alice nel Paese delle Meraviglie (penso al film di Tim Burton), che mi siedo con Jeffery Deaver, che, da buon americano, riesce subito a creare quel livello di formale confidenza che renderà l’intervista più semplice.

La Lampedusa di Maylis de Kerangal

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera: ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Stefano Montefiori

In un caffé del quartiere Odéon, Maylis de Kerangal e l’Italia. L’autrice di Nascita di un ponte e Riparare i viventi partecipa nel fine settimana alla Comédie du Livre di Montpellier, il festival letterario che quest’anno ha l’Italia come ospite d’onore. L’ultimo libro di Kerangal in Francia è Un chemin de tables, reportage nel lavoro di chef attraverso la vita di Mauro, cuoco italiano; ed è da poco uscito per Feltrinelli Lampedusa, viaggio nelle risonanze prodotte dalla notizia di un naufragio di migranti.

Qual è la sua relazione con la letteratura italiana?

«Una decina di anni fa una rivista mi chiese una specie di lettera di ammirazione a qualcuno che per me fosse speciale, e scrissi: “Caro Leonardo Sciascia…”. Al Festival ci sarà Claudio Magris, un autore che ha un’influenza enorme, come il nostro amico che ci guarda (indicando un ritratto di Umberto Eco, ndr). Ho amato Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, e poi Morante, Pavese, Pasolini, Malaparte… Il fatto che l’Italia sia presente a Montpellier ci permette di conoscere meglio una letteratura a noi così vicina, ricca di figure spettacolari, ma anche di una vitalità non così nota. Noi francesi non abbiamo un rapporto di esotismo con l’Italia, la pensiamo più in termini di vicinanza. Di condivisione di una stessa scrittura ma con voci comunque lavorate in modo diverso».