Vite che non sono la mia

tsunami

Questo articolo è uscito per Alias

Si apriva con una dichiarazione di resa quel libro deludente che Emmanuel Carrère diede alle stampe nel 2007. Si intitolava Un roman russe e sottoponeva il lettore ad una carrellata di cliché auto-bio-voyeuristici piuttosto indigesta. Scritto bene, come sempre, ma farcito con tutti gli ingredienti di una strabordante corrente letteraria francese che negli ultimi trent’anni ha riempito gli scaffali delle librerie di escandescenze sentimentali, spumeggianti performance erotiche, interi sgabuzzini di paccottiglia intimistica, minutaglia psico(pato)logica, trascurabili avventure dell’inconscio.