La vista da qui: divario digitale, divario culturale

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In La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax), c’è un intero capitolo dedicato al tema del divario digitale in Italia, tema sempre più attuale e discusso. Lo pubblichiamo di seguito, e vi invitiamo a visitare online lo spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

 

Scendo dal treno e vado a trovare Cristoforo.[1] Cristoforo è il mago dei numeri, forse la persona che in Italia negli ultimi dieci anni ha guardato più spesso dentro la sfera di cristallo dell’accesso a internet, ne ha osservato i diagrammi e le curve, ha provato a immaginarne le tendenze. A mezzogiorno in punto suono il campanello e lui al citofono mi risponde: «Sei puntuale come la morte». Cristoforo sa cose che né io e né voi sappiamo sui motivi per cui il nostro paese è stabilmente in fondo alle classifiche europee dello sviluppo tecnologico, della banda larga, dell’utilizzo di internet nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, ovunque.

Il “Belpaese” come malattia percettiva

1_Ingrid Bergman in Viaggio in Italia (Roberto Rossellini 1953)

Questo articolo è uscito sul n. 20, Speciale Estate, di Artribune

Il paesaggio italiano, come ha affermato in più occasioni Marco Belpoliti, è sempre stato una quinta, un fondale: è esistito come rappresentazione, e al tempo stesso come scena di questa rappresentazione umana. (È questa, per esempio, una delle grandi differenze rispetto al paesaggio nordico o americano, in cui la natura sovrasta e sopravanza di gran lunga la dimensione del singolo e della sua percezione.)

Eppure, con tutto questo non ci potrebbe essere quasi nulla di più lontano dall’idea di location, set cinematografico: l’identità intimamente “teatrale” di questo paesaggio non ha nulla a che vedere con la cartolina, o la ‘cartolinizzazione’. Essa è connessa alla storia, all’antropologia, e ancora di più a quella che Pasolini chiamava la “forma della città” (in un famoso documentario televisivo trasmesso nel 1974), e “il corpo dell’Italia”  cioè il suo paesaggio e i suoi paesi: “I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua  e di là dei piccoli fiumi”[1].

Pasolini, Roma – terza parte

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Qui la prima e qui la seconda parte.

In quegli anni, a Roma: una società letteraria e giudiziaria; a cena alla trattoria Romana in via Frattina o da Cesaretto a via della Croce, con Parise e Gadda, e inaugurazioni di Guttuso con presente Togliatti; una lettera di PPP alla mamma datata 29 gennaio ’55, per sapere se si può invitare a mangiare a casa Elsa Morante con Moravia e forse anche i Bassani, e “saremo nello stesso numero di quando son venuti i Longhi”, e vediamo  se mamma ha voglia di cucinare ancora.

Ma poi: lettere disperate di PPP all’editore Garzanti, cercando di mettere insieme i testimoni per il processo a Ragazzi di vita, che però si tiene il 4 luglio ’56, data pessima: Gianfranco Contini si scusa ma è in sessione di laurea, Ungaretti forse non può, c’è la finale del premio Strega.

Da Kavafis a Seferis: Filippo Maria Pontani, artigiano della parola

Kavafis A

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: la poesia Quanto più puoi di Kavafis)

Ci sono storie che sembrano acquistare un senso in luoghi lontani da quelli in cui una semplice evocazione biografica li collocherebbe. La storia di Filippo Maria Pontani, filologo, traduttore, poeta, maestro tra i principali del nostro Novecento, sembra prendere luce in un triangolo umano che si sviluppa sulle rive meridionali del Mediterraneo, in una città oggi sepolta da colate di cemento e dimenticanza. È una storia alessandrina. Si snoda attraverso biblioteche, scuole, teatri, bar, numeri, poesia, amore e Grecia. Una Grecia eterna, metastorica, radicata nel mito e sparsa attraverso ogni angolo del mondo fino alla contemporaneità più lontana dalle origini e che pure ritrova unità ogni volta che una specie di destino finisce per mettere assieme uomini carichi di passato e di futuro.