“Maternità” di Sheila Heti. Un pezzetto di libertà vera

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Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate. […]
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

La protagonista senza nome di Maternità, scritto da Sheila Heti e pubblicato qui in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa, deve decidere se vuole avere un figlio e il tempo stringe. È una donna di trentasette anni, una scrittrice con sei libri pubblicati in luogo dei sei figli avuti invece da sua cugina, ha un compagno che ama, è insomma in quella fase della vita che, diamo un po’ tutti per scontato, apre alla stagione della ruminazione obbligatoria. Se vuole un figlio può averlo, ma appunto, deve essere sicura. E questo vuol dire in sostanza rispondere a quella che Rebecca Solnit ha chiamato la madre di tutte le domande. Maternità è la mappa, o forse dovrei dire il diario di viaggio, la narrazione di tutti i luoghi mentali ed emotivi in cui questa domanda ha condotto l’autrice – il libro è definito un romanzo, questa la sua collocazione editoriale, questa la definizione che Heti stessa, a giudicare dalle interviste che ho letto, preferisce. La voce narrante di queste pagine lo chiama, di volta in volta, “un profilattico”, “una scialuppa di salvataggio”, “una difesa scritta”, “il luogo di questa lotta”, “un libro per prevenire lacrime future”.

22/11/’63: le carte impreviste della storia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

di Valentina Della Seta

Stephen King lo scrive tra le pagine del romanzo 22/11/’63 (Sperling  & Kupfer, traduzione di Wu Ming 1, 2011): «Il passato non vuole essere cambiato, il passato ha i denti aguzzi». A farne le spese è il protagonista Jake Epping, professore di lettere in un liceo di Lisbon Falls nel Maine, che trova un varco spazio-temporale nel retro di una tavola calda. Al Templeton, proprietario del locale e gravemente ammalato, spiega a Jake che all’uscita del varco si troverà  nello stesso luogo nel 1959.

Della perdita e del ritrovamento. “Ricordami così” di Bret Anthony Johnston

Bret Anthony Johnston

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (fonte immagine)

di Valentina Della Seta

La piatta cittadina immaginaria di Southport, che sorge sulla costa Sud del Texas a poche miglia dalla città, reale, di Corpus Christi (petrolio, gamberetti e un ponte di acciaio a tagliare la baia, gloria sbiadita di molte cartoline illustrate di fine anni Cinquanta, forse simbolo di una versione addomesticata di località vacanziera sul Golfo del Messico), nel mese di giugno è «immersa in un caldo afoso e soffocante».

Siamo all’inizio di Ricordami cos, romanzo di esordio di Bret Anthony Johnston (Einaudi Stile Libero Big, traduzione di Federica Aceto, pp. 460), e le premesse sono da brivido..

Intervista a Emmanuel Carrère

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Pubblichiamo un’intervista di Valentina Della Seta a Emmanuel Carrère uscita sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata.

di Valentina Della Seta

Non c’è traccia di Russia nella casa parigina di Emmanuel Carrère, così francese per la luce, i pavimenti di legno, l’eleganza e il disordine. Ma c’è qualcosa nei suoi lineamenti e nel taglio degli occhi che fa capire perché, negli ultimi anni, abbia scritto due libri che hanno a che fare con l’ex-Unione Sovietica.

Carrère ha ereditato la Russia dalla madre Hélène, storica e accademica di Francia, che da bambina si chiamava, di cognome, Zurabisvili: «Georges Zurabisvili è nato a Tiflis», racconta lo scrittore a proposito del nonno materno in La vita come un romanzo russo, del 2007: «Suo padre, Ivan, è giureconsulto; sua madre, Nino, ha tradotto George Sand in georgiano. Le fotografie mostrano baffi e turbanti, tra le dita s’indovinano rosari d’ambra». Di Georges, in casa, non si parla: «Per un po’ fa il taxista», siamo negli anni Venti, quando la famiglia in fuga ha trovato riparo a Parigi, «ed è una delle rare cose che a mia madre piaccia raccontare di lui, una delle rare cose che da bambino io abbia saputo di mio nonno».