Nei miei mondi imperfetti scrivo romanzi. In ricordo di Paula Fox

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Il primo marzo è morta Paula Fox, scrittrice americana che abbiamo letto e amato. Tra i suoi libri ricordiamo Il silenzio di Laura e Quello che rimane: i suoi libri sono pubblicati in Italia da Fazi. Ripubblichiamo un’intervista apparsa sul nostro blog qualche tempo fa (foto di Samantha Casolari).

Nessuna donna felice ha mai scritto un libro, ha detto una volta una scrittrice americana oggi fortunatamente dimenticata. Prima di incontrare Paula Fox nella sua casa di Brooklyn, dove vive con il terzo marito, pensavo fosse vero. Poi ho visto questa ottantacinquenne bella e spartana muoversi nel suo giardino, nella sua cucina piena di foto-ricordo. E pensare che quando scrive la Fox sembra possedere un bisturi affilato, maestra di quello stile “chirurgico” tanto amato dagli scrittori delle nuove generazioni, in primis Jonathan Franzen. Unsentimental, dicono i suoi connazionali. Nonostante l’infanzia “mostruosa”, come confessa senza eufemismi, gli abbandoni, i matrimoni sbagliati, oggi Paula sembra contenta della sua vita. A sedici anni ha fatto l’operaia e la cameriera, a venti la reporter nell’Europa del dopoguerra, poi la modella per Harper’s Bazar, la lettrice di soggetti a Hollywood (“mi pagavano 8 $ dollari a sceneggiatura”), la comparsa. “Tesoro morale e letterario degli Stati Uniti d’America”, è stata definita di recente, proprio lei che non è mai stata troppo delicata nel criticare il suo paese, complice forse il sangue materno cubano e spagnolo.

Il mondo dell’integralismo religioso oggi, tra fiction e memoir

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine: un fotogramma del film Stop the Pounding Heart di Roberto Minervini).

Manu, la protagonista del romanzo Gli ipocriti (Chiarelettere), ha 15 anni ed è alla disperata ricerca di un posto nel mondo: legata a un gruppo religioso anonimamente chiamato il “movimento”, che i suoi genitori frequentano con grande zelo, salvo poi avere entrambi una vita segreta non proprio cristallina, se la prende con quest’ultimi, gli “ipocriti”. Ma alla fine, nonostante tutto, decide di fare ritorno al movimento: “Perché io sono del movimento. Anzi, sono molto del movimento. Poco cattolica (non so esattamente cosa vuol dire), pochissimo cristiana (pure di questo ne so poco), e credente, boh, credo proprio di no. Però, anche in mezzo a dubbi e voglia di fuggire, mi sento soprattutto del movimento, ecco. Per essere precisi né poco né molto, del movimento punto e basta”.

Il mare dentro di Philip Hoare

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Questo pezzo è uscito su Sirene (che ringraziamo), una nuova rivista distribuita online e in alcune librerie o edicole.

“C’è mancato poco che nascessi sott’acqua”, racconta Philip Hoare, scrittore e documentarista inglese di Southampton.

La madre era andata a visitare un sottomarino ed ebbe le doglie poco prima di uscirne, rischiando così di dare alla luce il figlio proprio lì sotto. Chissà se l’asimmetrica attrazione per la parte liquida del pianeta e la smisurata passione dell’autore per i suoi giganteschi e misteriosi abitanti sia da attribuire a questo scampato parto sott’acqua.

Dopo aver pubblicato svariati libri di argomento storico e biografico e collaborato per anni con la BBC, Hoare ci regala il suo capolavoro Leviatano, ovvero La balena (Einaudi, 2013), un’immersione appassionata e scientificamente ineccepibile nel mondo dei grandi cetacei. Partendo ancora una volta da aneddoti e ricordi personali, Hoare scrive quindi un nuovo magnifico omaggio al mare.

L’inno del corpo grasso

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Pochi giorni fa una ragazza inglese, Lindsey Swift, ha scritto su Facebook una lettera aperta a un uomo da cui si è sentita insultata. L’incidente: un automobilista le aveva cantato, mentre lei faceva jogging, «una versione sarcastica di Big girl (You’re beautiful) di Mika». Quindicimila condivisioni e moltissime lettere di sostegno. Qualche settimana prima una blogger, inglese pure lei, Michelle Thomas, aveva scritto un’altra lettera aperta, questa volta a un uomo conosciuto su Tinder, che, dopo un gradevole primo appuntamento, l’aveva scaricata così: «Ti sposerei, se solo fossi più magra». La lettera è diventata virale, è stata ripresa ovunque, da Mashable al Sun, e l’autrice ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno.

“Atti osceni in luogo privato”: intervista a Marco Missiroli

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Marco Missiroli è un romanziere senza più timori. Uno che non ha mai temuto il confronto con i grandi temi del romanzo europeo e americano. E che oggi, al quinto libro, dopo aver già sperimentato terreni spinosissimi e totali, come direbbe lui – tipo l’esistenza di Dio, il rapporto con il padre, il razzismo, la […]

I nuovi padri

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Saranno una ventina d’anni da quando l’entrata in scena del padre materno è ufficiale. Almeno da quando Robin Williams ha dato la sua deliziosa versione del mammo in “Mrs Doubtfire” (1993). I padri trovano oggi nel rapporto con i figli piccoli non più solo un dovere, ma anche un appagamento profondo. I nuovi padri sono capaci, e hanno voglia, di cambiare pannolini, nutrire i neonati, sostituire le madri in quelle cure che per millenni sono state riservate soltanto alle donne. Una mutazione epocale, secondo la psicanalista Simona Argentieri, che ha pubblicato di recente “Il padre materno” (Einaudi), un saggio breve, illuminante su questo tema. Ma cosa succede se questi nuovi padri vivono la paternità come una soluzione difensiva, un espediente per evadere da altri doveri più “paterni”, o semplicemente più “adulti”? In altre parole: uomini e donne sono disponibili a fare le mamme, ma chi farà il padre? “Chi interverrà”, si chiede Argentieri, “a interrompere la magica fusione madre (o padre)/bambino? Chi fungerà da ‘secondo oggetto’, insegnando il verbo e la legge?”. Se i padri rifuggono dal loro ruolo, la causa si annida anche e soprattutto tra i problemi della coppia e le mutazioni, anch’esse epocali, che hanno investito le unioni e le hanno rese più fragili. Non è solo colpa degli uomini, sembra suggerire Argentieri.

Sandro Veronesi e l’architettura della narrazione

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Dirò un’enormità, termine che piace moltissimo a Sandro Veronesi e che usa spesso nel suo Terre rare  (Bompiani, pag. 416, euro 19,00): il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, una sorta di imprevisto sequel di Caos calmo (Premio Strega 2006), è il libro più divertente che abbia letto negli ultimi anni – divertente anche, e soprattutto, nel senso etimologico del termine di dèvertere, “far prendere un’altra direzione”. Maestro della digressione, come i suoi idoli Thomas Pynchon e David Foster Wallace, Veronesi è però attentissimo al senso dell’insieme e costruisce qui un romanzo che ha del miracoloso: pur traboccante di deviazioni– così simili ai quei cambi di direzioni apparentemente insensati che prendiamo ogni giorno navigando su Internet – Terre rare è calibrato, solido, verrebbe da dire, sodo. Come un palazzo costruito da un architetto molto capace, e un po’ visionario, che sta in piedi benissimo nonostante sembri cadere da un momento all’altro. (Sandro Veronesi, oltretutto,è laureato in Architettura con una tesi su Victor Hugo e viene il sospetto che, avesse fatto l’architetto, avrebbe costruito case stupefacenti).

Di nuovo selvaggi: il fascino estremo dell’essenziale

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: una scena del film Into the wild)

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.

Intervista a Dubrakva Ugresic

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Questo pezzo è uscito in una versione più breve su Flair. (Fonte immagine)

C’è chi fa politica e chi ne scrive. C’è poi chi è stato attraversato persino nel corpo, dalla violenza della Storia. Dubrakva Ugresic  – tra le voci attuali più libere e meno ortodosse – è sia una grande scrittrice sia un’esule, cacciata dal proprio paese, la Croazia, dall’allora regime nazionalista di Franjo Tuđman. Da quel 1993 Ugresic vive tra Olanda e Stati Uniti e ha pubblicato romanzi e saggi politici (usciti in Italia da Nottetempo). Recente è “Europe in Sepia” (Open Letter Books), un racconto che parte dal Midwest americano, passa per le proteste di Occupy Wall Street, Gerusalemme e finisce con i riots di South London: una miniera di imprevedibili scatti narrativi in forma di saggio. Feroce e ferita, ma mai vittima, Ugresic si definisce un’”eretica.”.

Geoff Dyer e l’orrore snervante dello svago infinito

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Se c’è una cosa che detesta Geoff Dyer – uno dei migliori scrittori inglesi della sua generazione – sono le etichette e il marketing editoriale. Non perché lo abbia mai dichiarato, almeno che io sappia, ma basta osservare la sua produzione: Dyer ha esordito con un libro di critica letteraria su John Berger, poi scritto un romanzo che era anche un saggio sul jazz, “Natura morta con custodia di sax”. A seguire, saggi autobiografici, romanzi simili a travelogue, libri di critica simili a memoir. Sembra aver fatto di tutto per confonderci le idee.