Dove tutti i confini sono incerti: “La pazza gioia” di Paolo Virzì

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“Siamo nate tristi” dice Donatella Morelli in La pazza gioia, nuovo film di Paolo Virzì scritto con Francesca Archibugi.

Donatella (Micaela Ramazzotti) e Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) sono due ragazze – ragazze, sì – ospiti di Villa Biondi, comunità terapeutica per donne con disturbi mentali.

Iniziamo a fare le dovute distinzioni però: Beatrice Morandini Valdirana è la proprietaria della villa dove risiede la comunità, un immobile – si sfoga Beatrice – che invece di donare al bene pubblico, loro Morandini Valdirana potevano destinare a un resort di lusso con persone educate. Perché lei non sta male come loro, lei non è malata, rivendica. Lei è lì, ma potrebbe essere ovunque – “che stagione è? Estate?” chiede stordita a Donatella – e allora può andare da Pierluigi ad Ansedonia, il marito avvocato genio che l’adora. O da Renato, anche solo su una spiaggia, perché lui è povero.

La pazza gioia. Sul set del nuovo film di Paolo Virzì

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Questo pezzo è uscito sul Fatto quotidiano il primo giugno scorso. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Puttane e ciuffi d’erba ai bordi della strada. Al sesto chilometro, il casale. Seicento ettari affacciati sul Tevere occupati da un fiume di persone con il marsupio in vita e i fogli in tasca. Fari, fili elettrici e megafoni che superato uno sterrato fitto di curve e filari di ulivi, amplificano nella campagna il desiderio del regista: “Silenzio per favore”. Fino a un paio di minuti prima, con la camicia bianca, i jeans e il turibolo in mano, Paolo Virzì era al centro di una chiesa sconsacrata. Due file di sedie. Micaela Ramazzotti, Valeria Bruni Tedeschi e le altre attrici del suo film. Una preghiera laica pronunciata al posto del prete di scena: “Mi dovete seguire, è una danza, una coreografia che dobbiamo fare tutti insieme. Intoniamo la stessa musica perché altrimenti il ballo viene male”.

Il cinema e l’Italia: intervista esclusiva a Paolo Virzì

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Paolo Virzì, anche se non lo ammetterà mai, è stato l’unico regista in grado di defibrillare la nostra commedia, un genere che stava morendo e a cui lui ha saputo ridare vita. I suoi film sono colti e popolari al contempo, esattamente come la sua indole. Hanno una doppia lettura, parlano sia al cinefilo che allo spettatore occasionale. Per uno come me, cresciuto nella stasi della provincia, è impossibile che non scatti la mimesi, l’identificazione nei suoi personaggi e nel suo immaginario registico.

Ieri, ho avuto modo di chiacchierare con lui. La conversazione è stata lunga. Abbiamo toccato diversi argomenti, partendo appunto dal suo ultimo film.

Io: Il Capitale Umano è un film corale sulla solitudine. Tutti i personaggi, per un motivo o per l’altro, aspirano a una condizione diversa, cercano altro rispetto a ciò che hanno già. Sei d’accordo?

Paolo Virzì: Ma io come faccio a dire che non sei libero di manifestare questa tua suggestiva visione? (Ride). Sai, i film, quando vengono completati e visti dalle persone, prendono una propria vita. Adesso tu lo descrivi così, e io non me la sento di contraddirti.

“Maledetta!” Elsa Morante (e tutte le altre) in guerra con la madre

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Pubblichiamo un articolo di Annalena Benini uscito sul Foglio ringraziando la testata e l’autrice.

di Annalena Benini

“Maledetta!”. Quando la madre si ritirò nella sua camera, Elsa Morante le infilò sotto la porta un biglietto con questa parola. E il punto esclamativo. La madre aveva violato il divieto assoluto di telefonare ai suoi amici quando lei, diciottenne, la sera faceva tardi a Roma. Aveva telefonato, qualcuno aveva risposto e le aveva passato Elsa, a casa si erano urlate di tutto, si erano rinfacciate quella vita insieme, troppo stretta, troppo vicine: la madre voleva entrare nel mondo della figlia, voleva sentire i suoi racconti, conoscere i suoi nuovi amici scrittori, voleva un po’ di gratitudine per quella grandiosa fiducia e per l’impegno che aveva messo per incoraggiare, esaltare, fin da quando era piccolissima, il genio di Elsa. Pretendeva anche, forse, un po’ della sua sconfinata giovinezza, un riflesso di quel talento che lei, per sé, non aveva potuto coltivare. Elsa Morante voleva che stesse fuori dalla sua vita. Si innervosiva. Aveva diciott’anni, aveva appena pubblicato un romanzo a puntate sul Corriere dei Piccoli e si vergognava di sua madre, una maestra. “Maledetta!”, le scrisse. Ma poco dopo si pentì e le infilò un nuovo biglietto sotto la porta. Questa volta c’era scritto “Benedetta”.

La ferocia liberatoria de “Il capitale umano” di Paolo Virzì

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di Christian Raimo Negli anni della sedicente rinascita della commedia (i Brizzi, i Genovese, i Miniero, i Bruno), finalmente un film italiano riprende lo spirito originario della commedia all’italiana – quella ferocia autodiretta e quella disperazione che segnarono (con Il sorpasso e Io la conoscevo bene da una parte dello spettro temporale, e Un borghese […]